PASQUALE STANZIALE

 

PER UNA ECONOMIA POLITICA DELL’IMMAGINARIO

*

 

INTRODUZIONE AL SITUAZIONISMO

 

INTRODUZIONE A G. Debord, La società dello spettacolo

 

R. VANEIGEM: DALLA SOGGETTIVITA’ RADICALE ALL’INTERNAZIONALE DEL GENERE UMANO

 

 

 

 

 

 

 

Introduzione al    SITUAZIONISMO

di Pasquale Stanziale

 

Il '68: LA VITTORIA SARÀ DI CHI AVRA' SAPUTO PROVOCARE IL DISORDINE

 SENZA AMARLO

 

Debord &Vaneigem

 

1

   Una lucida critica  del capitalismo degli anni '60 e la  profezia  di    una  alienazione totalizzante e  pervasiva  sono  distintamente articolate  nelle  analisi dei  SITUAZIONISTI,  movimento  nato verso  la  metà degli anni cinquanta,  sviluppatosi tra alterne vicende in Europa- ma avente come  centro Parigi- nel periodo 1958- 1969, e  dissoltosi  nel popolo successivamente.

 Le  tesi  dei  situazionisti, dopo  rimozioni, translazioni strumentali e  banalizzazioni,  sono state,  negli  ultimi  tempi, opportunamente  e giustamente richiamate  (1) nella necessaria  possibilità  di  ri-dare  loro  il  riscontro  filosofico   e   sociologico   che le spetta,  unitamente  all'affermazione della loro attualità profetica ed esplicativa  in  un  panorama socio-politico quale  e  quello europeo- e italiano, in particolare, degli anni novanta- di  capitalismo integrato in via di ulteriore consolidamento.

   I  situazionisti  hanno  dato  un  notevole  contributo  alla critica del capitalismo contemporaneo attraverso analisi articolate e  puntuali  sulle  pagine  di quella  rivista  dalla  copertina metallica colorata   che   si   titolava    INTERNAZIONALE  SITUATIONNISTE,   una   rivista  parigina   che   autorizzava  a  tradurre, adattare e divulgare i suoi testi liberamente  e senza alcun copyright.

   All'alienazione nella società contemporanea,  alla vita quotidiana, alle forme contemporanee dell'urbanismo, a questi e ad altri temi  sono dedicate molte  tesi  che  prendono in esame gli aspetti concreti di queste realtà di dominio. Dalla  comunicazione  colonizzata,  al  ruolo di Godard,  all'imballaggio del tempo libero, alle forme di separazione sociale: tutto ciò viene denunciato con sistematicità e con una notevole violenza critica . In particolare il concetto di alienazione viene trasversalmente ad emergere come categoria centrale pertinente, nelle sue varie forme,  all'affermato dominio spettacolare e reificante in cui si colloca il soggetto.  Vi è - nel n. 10 dell'I.S. (2)- un richiamo proprio al concetto di  alienazione  in  occasione di un articolo di J. M.  Domenach, uscito nella  rivista Esprit, nel '65, in cui si  cercava  di  liquidare il concetto di alienazione. Domenach  imputava  al  concetto  di  alienazione  di  essere  "confuso,  di  essere  utilizzato  abusivamente,  di   essere svalutato  storicamente, di dar luogo a formule sorpassate  e vaghe." (3).I  situazionisti, con il loro stile di scrittura  veemente  e brillante,  mettono,  prima, criticamente in  discussione  il background cristiano-gauchiste di Domenach e poi fanno notare che  in  una  società materialmente  divisa  l'abolizione  di concetti e di parole è funzionale solo  al rafforzamento del dominio di determinate forze. I situazionisti, contro Domenach, fanno rilevare che l'invito di  questi  a  "s'y re-signer", a rassegnarsi, a dimenticare  l'alienazione- ed a  sostituire questo  concetto  con  quello preciso   di  exploitation,  sfruttamento-   nasce  dal fatto che   l'alienazione-   concetto  d'origine   filosofica-   in relazione all'evoluzione capitalistica, È  NELLA  REALTÀ DI TUTTE LE ORE DELLA VITA QUOTIDIANA e quindi, come una  realtà garantita  da un'ordine superiore, va accettata "nel  nouveau decor de l'epoque." (4). E  la requisitoria situazionista contro Domenach si  conclude con queste parole : "Certo, in una società che ha bisogno  di  produrre  una sotto-cultura di massa e di far capire  i  suoi  pseudo-intellettuali spettacolarizzati, molti termini debbono essere volgarizzati velocemente. Ma per la stessa ragione  le  parole   perfettamente  semplici  e   chiarificatrici   hanno tendenza a  sparire... I  Domenach,  essendo essi stessi  dei  servitori dello spettacolo culturale  del potere,  che  vuole usare velocemente e recuperare a suo modo i  termini,  i  più brucianti  del  pensiero critico moderno,  non  vogliono  mai ammettere che i concetti più importanti e più veri dell'epoca sono precisamente misurati sulla più grande confusione e  sui peggiori controsensi: alienazione, dialettica o comunismo.  I concetti vitali DI VOLTA IN VOLTA vengono usati nel modo  più  vero  come  nel  modo  più  falso,  con  una  moltitudine  di confusioni intermedie, perché la lotta della realtà critica e dello  spettacolo  apologetico  conduce ad  una  lotta  sulle  parole,  lotta  tanto  più  aspra  quanto  più  di   centrale  importanza.  Non è la purga autoritaria, È LA  COERENZA  DEL  SUO IMPIEGO, NELLA TEORIA E NELLA VITA PRATICA, CHE RIVELA LA VERITÀ  DI  UN  CONCETTO. L'ALIENAZIONE PORTA  A  TUTTO  A CONDIZIONE DI USCIRNE." (5).

  Affermazioni queste abbastanza condivisibili e attuali,  come abbastanza attuali, del resto     rimangono , come vedremo, le altre  analisi situazioniste.

 

   

 

2

   Il retroterra filosofico dei situazionisti è stato oggetto di varie  individuazioni  (6),  in ogni caso  si  può  dire  che  l'esperienza situazionista viene ad una originale maturazione storica in  un crocevia  ove si  intersecano  il giovane Marx (di là da ogni sua  burocratizzazione all'Est come all'Ovest, tiene a  precisare  R. Vaneigem) (7),  Lukacs  di   Storia  e coscienza   di  classe, indirettamente la psicanalisi freudiana, Lenin,  ma soprattutto  la  fenomenologia  hegeliana e  Feuerbach. Tutto su  uno  sfondo di   analisi politiche   giocato  da  Marx ad Abendroth a Sweezy. E non meno importanti sono le  ascendenze lettriste.

    I testi dei situazionisti sono  articolati per  tesi  in  uno stile  "ispirato  a  modelli  barocchi"  (8)  ed   abbastanza incisivo,  come  è possibile rilevare da   alcuni  passi  che estrapoliamo qui di seguito.

   

    "Il  linguaggio resta ancora la mediazione necessaria per  la  presa   di   coscienza   dell'alienazione   (Hegel   direbbe:  l'alienazione   necessaria),  lo  strumento   della    teoria  radicale...   E' primordiale dunque che  noi  forgiamo  un  nostro  proprio linguaggio, il linguaggio della  vita  reale,  contro   il  linguaggio  ideologico  del  potere,  luogo   di giustificazione  di tutte le categorie del vecchio mondo.  .. Il  nostro dizionario sarà una sorta di griglia con la  quale si  potrà  decrittare  le informazioni e   lacerare  il  velo  ideologico che copre la realtà." (9)

   

    "La  decomposizione  dei valori e  dell'antica  comunicazione  unilaterale  artistica  (nelle arti plastiche come  nei  vari aspetti  del  linguaggio) accompagna ciò che  viene  chiamata vagamente  "crisi  della comunicazione" nella società  e  che rappresenta,   nello   stesso   tempo,   la    concentrazione monopolistica della comunicazione unilaterale (di cui i mass- media non sono che un'espressione tecnica) e la  dissoluzione di  tutti i valori comuni e comunicabili, dissoluzione che  è prodotta dalla vittoria (annichilatrice) che ha riportato sul terreno dell'economia  il valore di scambio contro il  valore d'uso." (10).

 

    "E' impossibile sbarazzarsi di un mondo senza sbarazzarsi del  linguaggio  che lo garantisce e lo nasconde, senza mettere  a nudo la sua verità." (11)

 

   "Le   banalità,   per  ciò  che  nascondono,   lavorano   per  l'organizzazione dominante della vita." (12)

 

    "Il  potere vive della nostra impotenza a  vivere  mantenendo scissioni e separazioni moltiplicate indefinitamente." (13)

 

    "Il declino del pensiero radicale accresce  considerevolmente  il  potere delle parole, le parole del potere. IL POTERE  NON CREA  NIENTE,  RECUPERA.  Le parole  forgiate  dalla  critica rivoluzionaria sono come le armi dei partigiani,  abbandonate su    un    campo   di   battaglia:   esse    passano    alla  controrivoluzione; e come i prigionieri di guerra, esse  sono sottomesse al regime dei lavori forzati... Gli ideologi, cani da  guardia  dello  spettacolo dominante..  fanno  si  che  i  concetti  più  corrosivi siano svuotati dei  loro  contenuti,  rimessi  in circolazione al servizio dell'alienazione..  essi diventano slogans pubblicitari." (14).

 

    "La società che ha realizzato l'optimum della separazione tra gli  uomini  e  le loro attività, e tra  gli  uomini  e  loro stessi,  distribuisce  loro unilateralmente le  immagini  del  loro proprio mondo come informazioni monopolizzate del potere economico statale... Si tratta di sperimentare la costruzione  positiva   della  realtà  dell'esistenza   individuale   come esecuzione dell'informazione esistente. Gli individui debbono accettare  di  "riconoscersi"  in loro stessi, e  nelle  loro  relazioni  con  gli altri, secondo la fatalità di  un  codice presentato  come  libero  ed obiettivo.  Ma  i  programmatori debbono  essere  loro  stessi  programmati.  I  criteri   che  ispirano i loro questionari sono gli stessi che hanno  creato  dappertutto  le  separazioni.  Se ognuno  cerca  l'altro  per scoprire  in  questo rapporto l'esteriorizzazione  della  sua  realtà  propria,  il preservativo   del  calcolo  elettronico garantisce la scoperta reciproca DELLA STESSA MENZOGNA" (15).

 

 

3

 E in effetti quasi tutte le tesi situazioniste  rappresentano  una serrata critica dell'esistente attraverso  una  tessitura  stringente, principalmente, del  concetto di alienazione. Rendere  conto  del  lavoro dei situazionisti in senso generale, per il loro peso nella filosofia e nella politica contemporanee è impresa ardua ed è auspicabile che qualcuno prenda  l'iniziativa  in proposito in modo organico e non frammentario.

    Per quanto ci riguarda ci occuperemo  delle analisi di GUY E DEBORD (molto abusate e banalizzate) e di RAOUL VANEIGEM (poco conosciute e poco usate), anche se non è possibile, nell'ambito del situazionismo, prescindere  da scritti abbastanza rilevanti quali quelli, citiamo tra gli altri, di Rothe, di Frey, di Khayati, di Viénet, di Kotànyi.

    Il  motivo  di fondo del lavoro critico di  Debord  e  quello dello  smascheramento d'una strategia di potere diffuso che,  mentre da una parte, ha bisogno di una umanità alienata e divisa per  la propria  perpetuazione,  dall'altra trova  una  forma  di consolidamento  e  di autoreferenzialità  nell'adombrare  una  unita   fittizia  dell'essere  nello   SPETTACOLO,   attuando l'immaginario nello spettacolo.

    La società dello spettacolo  di Debord  (Parigi, 1967), con i relativi  Commentari  del  1988,  è  senza  alcuna ombra di  dubbio,  un classico  della  filosofia contemporanea, di capitale  valore pedagogico,  regolarmente  ignorato, o a malapena  accennato, nella manualistica filosofica italiana.

Articolato  in nove sezioni consta di 221 tesi attraverso  le quali  si sostanzia un percorso critico che,  partendo  dalla riduzione   del   vissuto   a   rappresentazione,   ad    una spettacolarità  totalizzante,   apre  ad  una   visione   di virtualità generalizzata in cui è ben riscontrabile LA  MORTE DELLA  REALTÁ come compimento di una  alienazione che,  certo rappresenta  il portato dello stadio attuale del  capitalismo egemone. Va pure sottolineato che tale esito tende anche a coincidere con analisi presenti , nello stesso periodo, in ambito lacaniano e foucaultiano.

    Ma  cerchiamo  di  seguire  le tesi  di Debord  ponendone  in evidenza alcuni punti fondamentali.

 

    -La  vita sociale  è  divenuta   un  immenso   accumulo    di spettacoli.   Il   vissuto    è   diventato rappresentazione. Lo  spettacolo  è rapporto   sociale   per  immagini. Lo   spettacolo   è   un   MODELLO   della  vita sociale,  di  cui  forma  e  contenuto  giustificano  i  fini  del  sistema  esistente.  Lo  spettacolo  unifica  ciò  che   e   divisione sociale.

  Si  instaura  una doppia alienazione: LO  SPETTACOLO  DIVIENE REALE E LA REALTA' SI INSTAURA NELLO SPETTACOLO.  In questa alienazione generalizzata IL VERO E' UN MOMENTO DEL  FALSO. E' la vittoria dell'APPARENZA che nega la vita quando  questa si visualizza.

 Lo  spettacolo  ha un carattere tautologico  e  positivo.  Lo spettacolo non ha altro scopo che la propria affermazione.

Lo   spettacolo   mostra  la   subordinazione  degli   uomini all'economia.

LA  PRIMA  DEGRADAZIONE  : DALL'ESSERE  ALL'AVERE  .  Ciò  in corrispondenza  della  PRIMA FASE DEL  DOMINIO  DELL'ECONOMIA SULLA  VITA SOCIALE.

LA DEGRADAZIONE ATTUALE:  DALL'AVERE  AL  SEMBRARE.  Ciò per l'occupazione della vita sociale da  parte  dell'accumulazione  economica (viene a  configurarsi,  cosi,  una processualità storica dell'alienazione).

Sembrare  è,  in  effetti, NON-ESSERE.   Più non-si-è  più  è  accettabile l'apparire.

 Lo   spettacolo   è  la   scissione  prodotta DEFINITIVAMENTE  all'interno dell'uomo. Lo spettacolo è il cattivo sogno della  società moderna. Nello spettacolo si esprime il PERMESSO, non  il POSSIBILE.

 L'alienazione  nella società  spettacolarizzata  comporta  una sclerotizzazione del vissuto a vantaggio della contemplazione dell'oggetto.

 La  crescita  dell'economia è  la  crescita  dell'alienazione  nello spettacolo.

    (Tesi 1, 34) (16)

 

    Il  principio del feticismo della merce produce il  dominio della  società  per mezzo di "cose sovrasensibili come  anche  sensibili".

    Lo  spettacolo  è  il  momento in cui la  merce  ha  OCCUPATO TOTALMENTE la vita sociale . C'è un UMANESIMO DELLA MERCE che  prende in carico " il tempo libero e l'umanità".

    Il  valore  di  scambio ha vinto la sua  guerra  rispetto  al  valore d'uso, e divenuto il condottiero del valore d'uso.

    Il  consumatore  reale è consumatore  d'illusioni  in  quanto consumatore  di  merci che ha la sua  propria  manifestazione nello spettacolo.

    Lo  spettacolo  corrisponde all'altra faccia  del  denaro  ed  equivale, in astratto, a tutte le merci.

    La  coscienza del desiderio e il desiderio  della  coscienza  sono ciò che negano la società dello spettacolo dove la merce  contempla se stessa in un mondo creato da essa stessa.

    (Tesi 35, 53) (17)

 

    Hegel, interpretando la trasformazione del mondo, diviene  il più alto punto filosofico della filosofia: vuole  comprendere  il mondo che si fa da sé.

    La  società  burocratica  totalitaria  vive  in  un  presente  perpetuo,  dove tutto quello che è avvenuto  esiste  soltanto per essa...

    Non   è  possibile  combattere  l'alienazione   sotto   forme  alienate.

    (Tesi 54, 124) (18)

 

    Il tempo ciclico è in se stesso tempo senza conflitto.

    La   vittoria  della  borghesia  è  la  vittoria  del   tempo "profondamente storico" dato che è il tempo della  produzione economica che trasforma permanentemente la società.

    Il trionfo del tempo irreversibile è anche la sua metamorfosi  in "tempi di cose" perché ciò che ha vinto è la produzione in  serie degli oggetti secondo le leggi del mercato.

    Il  tempo irreversibile produttivo è anzitutto la  misura  di  tutte le merci.

    (Tesi 125, 147) (19)

 

    Il   tempo  pseudo-ciclico  non  è  che   il "travestimento  consumabile" del tempo merce della produzione.

    Il  capitalismo  concentrato si orienta verso la  vendita  di blocchi di tempo organizzati, ognuno  di essi costituendo una  sola merce unificata che ha integrato altre merci.

    Quest'epoca  che si presenta come offerta di varie  festività è,   al   contrario,  un'epoca  senza   festa.   Il   momento  partecipativo comunitario è impensabile in una società  senza  comunità e senza partecipazione.

    Lo  spettacolo è la falsa coscienza del tempo  come  paralisi della storia e  della memoria.

    Il   tempo,  come  necessaria  alienazione  hegeliana  è   la dimensione in cui il soggetto diventa altro per diventare  la verità di se stesso. L'alienazione dominante, invece è quella che  impone  al soggetto un "presente estraneo". C'è  poi  un ' alienazione  spaziale  che  riguarda il  soggetto  e  la  sua attività,  con  un tempo sottrattogli.  C'è  una  alienazione "vivente" che viene sormontata da quella sociale.

    (Tesi 147, 164) (20)

 

    Questa  società  ha soppresso la distanza  geografica  ma  ha  raccolto   la   distanza   interiormente,   come    divisione spettacolare.

    La  circolazione umana come sottoprodotto della  circolazione  mercantile si realizza principalmente come accesso al banale.

    La   geografia   umana   rispecchia   la   geografia    delle espropriazioni sociali.

    (Tesi 165, 179) (21)

 

    L'innovazione  nella cultura  non può essere portata che  dal  movimento  storico totale che, attraverso la coscienza  della propria totalità, tende al superamento dei propri presupposti  culturali, e va verso la soppressione di ogni divisione. La cultura proviene dalla storia, essa è l'intelligenza e  la comunicazione  sensibile,  rimaste parziali  in  una  società  parzialmente storica.

    Il  teatro  e  la festa, la festa teatrale,  sono  i  momenti dominanti   della   realizzazione  barocca,   in   cui   ogni  espressione  non  acquista  il  suo senso   se  non  nel  suo  riferirsi  alla  decorazione di un luogo  costruito,  ad  una costruzione   che  deve  essere  per  se  stessa  il   centro dell'unificazione,  questo  centro  è  il "passaggio", che  è iscritto come un equilibrio minacciato nel disordine dinamico del tutto.

    La   teoria  critica  deve  "comunicarsi"  nel  suo   proprio  linguaggio  che  deve  essere dialettico nella  forma  e  nel contenuto.  Esso non è un "grado zero" della scrittura ma  il  suo rovesciamento. Non una negazione dello stile ma lo  stile della negazione.

    Le  idee migliorano. Il senso delle parole vi  partecipa.  Il plagio è necessario. Il progresso lo implica.

Elogio  e necessita del "détournement" ( storno  di  elementi  estetici    prefabbricati,    inserimenti,     ricombinatoria significante) come  strumento anti-ideologico.

    (Tesi 180, 211) (22)

 

    L'ideologia è la base del pensiero di una società di  classi,  nel corso conflittuale della storia.

    Lo spettacolo è l'ideologia per eccellenza perché in esso  si  manifesta   l'essenza   di  tutto  il   sistema   ideologico,  l'asservimento e la negazione della vita reale.

    Ecco  ciò  che è imposto ad ogni ora  della  vita  quotidiana sottomessa  allo  spettacolo: un'organizzazione   sistematica della   "mancanza  della  facolta'  di  incontro"   e  la sua  sostituzione  con un "fatto allucinatorio sociale";  ciò  che costituisce la falsa coscienza  dell'incontro,   "l'illusione dell'incontro".

    "Nei   quadri   clinici  della   schizofrenia-  dice   Gabel- decadenza  della  dialettica della totalità  (assieme,  quale  forma   estrema,  alla  dissociazione)  e   decadenza   della  dialettica  del divenire (assieme, quale forma estrema,  alla catatonia) sembrano ben solidali."

    Colui  che subisce passivamente la sua sorte  quotidianamente  estranea viene dunque spinto verso la  follia.. Il bisogno di  imitazione  che  prova  il  consumatore  e  precisamente   il  bisogno infantile, condizionato da tutti gli aspetti del  suo spossessamento fondamentale. Emanciparsi  dalle  basi materiali della  verità  rovesciata,  ecco  in  che cosa consiste  l'autoemancipazione  del  nostro tempo.

    (Tesi 212, 221) (23)

 

    Scritto  nel  1967,  il  libro di  Debord  pur  ponendosi  in parallelo,  per  alcuni  accenni,  al  lavoro  di  Deleuze  e Guattari,  sembra   non  tener  molto  in  conto  le  analisi lacaniane relativamente al soggetto, ciò che viene ad imporsi con  una chiara radicalità nelle tesi debordiane. Il fatto  è che, in effetti, i situazionisti non vedono di buon occhio le scienze dell'uomo, considerate   come  persecutorie  rispetto al soggetto.

    Inoltre l'alienazione viene intesa come dimensione di massa e  la sua  denuncia  si articola  avendo tra i punti di partenza l'alienazione hegeliana.

    E il punto d'arrivo di Debord è una teoria critica che,  come fatto osservare, non e molto lontano dall'orizzonte adorniano (24)- e che cerca di strutturare una rinnovata dialettica tra informazione   e  comunicazione  (25)  in  un   universo   di mercificazione spettacolarizzata in cui la SIMULAZIONE  tende a decretare la fine della realtà.

    Non  e  possibile trascurare il valore profetico  delle  tesi debordiane  per quanto riguarda IL DOMINIO TELEVISIVO  e  per quanto riguarda LE TECNOLOGIE INFORMATICHE DELLA SIMULAZIONE A tale proposito  i  Commentari  di  Debord del 1988 ci forniscono ulteriori chiavi di lettura della realtà contemporanea (26).

    Anche  i  Commentari  si articolano in  Tesi  (I,  XXXIII) e, partendo  dalla   Società  dello  spettacolo   riprendono  le

 analisi dell'alienazione di massa per arrivare a far emergere gli aspetti più inquietanti della "DEMOCRAZIA  SPETTACOLARE"; molti  sono i riferimenti all'Italia per ciò che  riguarda  i Servizi Segreti, la Mafia e la P2.

 Cerchiamo  di  seguire, ancora  una volta schematicamente, il discorso dei Commentari.

   

-Esiste   un  ben  preciso  rapporto  tra   l'essenza   dello spettacolo  moderno, l'economia mercantile  autocratica e  le  nuove tecniche di governo.

  Lo   spettacolo  consolida  la  sua  potenza,  influenza   ed  intensifica  i cambiamenti dei modi di vivere. I  cambiamenti  avvengono e sono accolti come "naturali". Di ciò che   esiste non bisogna parlarne.

 Si  assiste alla spettacolarizzazione di  molteplici  aspetti della vita sociale: politica-spettacolo, giustizia-spettacolo scienza-spettacolo, cultura ridotta a spettacolo,  filosofia-spettacolo..

 Lo spettacolo e ormai leggibile a tre livelli:

    SPETTACOLO  CONCENTRATO  ( per i suoi aspetti come potere  di strutturazione),

    SPETTACOLO DIFFUSO (globalizzazione mass-mediale),

    SPETTACOLO  INTEGRATO  (integrato  nella  realtà  verso   una indistinguibilità saturata).

    Ciò che caratterizza la DEMOCRAZIA SPETTACOLARE è:

    IL RINNOVAMENTO TECNOLOGICO,

    LA FUSIONE ECONOMICO/STATALE   (concentrazioni ed alleanze di potere economico/politico/mediale),

    IL   SEGRETO  GENERALIZZATO  (invisibilità  strutturale   dei  sistemi di controllo ecc.),

    IL  FALSO INDISCUTIBILE ( è una fase successiva al fatto  che IL   VERO  

   È   UN   MOMENTO   DEL   FALSO,   l'accettazione  strumentalmente  consapevolizzata, la scomparsa dell'opinione pubblica),

    UN   ETERNO   PRESENTE  (affermazione  di   una   temporalità  artificiale).

    Viene ad emergere dunque un disegno di controllo totale anche avvalorato da alcuni fatti: non si può discutere la LOGICA DELLA MERCE, la  scomparsa  della dialettica storica e della  storia  come  riferimento, lo scandalo  che rientra in una logica di integrazione, il  sistema  che,  creando  da    i propri  nemici, tende a spostare  i  giudizi  su questi e non sui risultati della sua azione.

    Ipostatizzazione   dell'immagine  ed  unidimensionalità   dei  messaggi. Impoverimento costretto ad integrarsi in un  ordine di  discorso e ad un linguaggio che nasce  dallo  spettacolo,  l'unico  che  gli è ormai familiare. La  droga  aiuta  questo ordine di cose, la pazzia aiuta a fuggirlo.

   Ecco    il    villaggio   globale   spettacolare    in    una  omologazione uniforme di valori,  di fatti, di segni.

  Il  predominio dell'economia si esercita anche rispetto  alla  scienza a cui viene assegnato un compito giustificatorio.  La scienza  tende  a diventare   scienza  della  giustificazione  perché diretta in modo spettacolare.

  E'  il  dominio della disinformazione. Il  segreto,  è  parte  importante  e strategica della democrazia  spettacolare,  ciò  vale  per  la "sicurezza", per le manovre di potere,  per  le  informazioni importanti. Segreto e segreto del dominio.

  Si  afferma il regno della  sorveglianza-disinformazione,  ma  non contro il potere ma a suo favore.

  L'arte e morta perché soppiantata dal dominio di  una diffusa  artisticità banalizzante ed essenzialmente inautentica.

    (Tesi I, XXXIII) (27)

   

    I  Commentari  si  chiudono  con  accenti  pessimistici   non  dissimili da quelli dei francofortesi. Agamben  nota come " ..il fatto più inquietante dei libri  di Debord  è  la  puntualità con cui la  storia  sembra  essersi impegnata a verificarne le analisi.." (28).

    Ed   in  effetti  al  capitalismo  vincente  corrisponde   il  consolidamento   in   atto  della   democrazia   spettacolare debordiana  con  forme  di alienazione di  massa  sempre  più  compiute. Di   contro   il   rifiuto   delle   identificazioni,   delle  aggregazioni di uomini che non si presentano con una identità ben definita- e caratterizzante- sembra ciò che, in una  forma di disalienazione, può costringere la democrazia spettacolare a  tradire  la  sua  vocazione autoritaria di fondo (29).

 

 

4

  Per  quanto  riguarda invece RAOUL VANEIGEM- autore  di  vari scritti sull'INTERNATIONALE SITUATIONNISTE (30) e del  Traité de  savoir-vivre a l'usage des junes generations    del  1967 (31)-   anch'esso  si muove sullo stesso terreno  teorico  di   Debord.  Nel  suo  trattato,  alla  parte di analisi  critica della   democrazia   spettacolare  si  aggiunge   una   parte  indicativa  che  si collega alla più  generale  strategia  di disalienazione situazionista di cui parleremo in seguito.

    Il Trattato di Vaneigem, pubblicato in Italia nel 1973 (trad. P. Salvadori) senza alcun commento o introduzione, e  diviso  in  due  parti ( La  prospettiva  del  potere — Il  rovesciamento di prospettiva) ed in venticinque capitoli Il libro parte dal presupposto che il mondo è da rifare,  nel  senso che deve divenire ciò che e: ciò che gli è impedito  da manipolazioni  e banalizzazioni. Non può essere accettato  un mondo  in cui " LA GARANZIA DI NON MORIRE DI FAME SI  SCAMBIA  CONTRO  IL  RISCHIO DI MORIRE DI NOIA"  (32).  E'  necessario  rilevare le negatività dell'esistente e mostrarne il reale  e possibile  rovesciamento  di prospettive.  Questo  itinerario dialettico  del  Trattato  viene realizzato  con  dovizia  di articolazioni  e,  in effetti, sembra aver  ragione  Vaneigem quando  afferma che l'importanza del Trattato si  verificherà col  fatto  che,  nel   tempo,  nessuno  sfuggirà  alle   sue  conclusioni (33).

    Ma  cerchiamo  di seguire , nel consueto modo  schematico  le analisi di Vaneigem.

  

   -La banalizzazione e l'impoverimento  della   vita quotidiana debbono  essere area di investimento  politico.  Nel  vissuto individuale   va   compreso  il   valore   "sovversivo"   dei  sentimenti.

  

    Il   potere   si  configura  come   somma   di   costrizioni:  l'umiliazione  degli scambi, la  sofferenza  dell'alienazione sociale   succeduta  a  quella  naturale,  il   potere   come organizzazione di costrizioni, l'orizzonte della morte.

   

   

    L'alienazione  produttiva  al posto  della  passione  creativa.

    L'organizzazione dei tempi satura la vita degli individui.

   

    La  comunicazione è impossibile e il potere si  afferma  come  mediazione  universale. La dittatura dei consumi, il  primato dello scambio sul dono, trionfo della cibernetizzazione e del quantitativo.

   

    La  storia come trasformazione dell'alienazione  naturale  in  alienazione sociale. La disalienazione deve disfare la storia realizzando NUOVI MODI DI VITA.

   

    Denuncia  dello  scambio generalizzato.  La  quotidianità  si parcellizza in relazione ai gadgets di consumo.

 

    Pensare una società unitaria.

    La tecnica desacralizza. Le mediazioni alienate impoveriscono  l'individuo divenendo vitali.

 

    La  realtà  è schiava della metafisica. Alla  teologia  si  è sostituita l'astrazione pianificata dal potere. I  metafisici hanno  organizzato il mondo , si tratta ora  di  trasformarlo contro di loro. Capacità trasformatrice della teoria radicale nelle  masse. La teoria radicale è la verità del  linguaggio,  l'ideologia ne è la menzogna. La lotta per il linguaggio è la

    lotta per la libertà e per la vita. Tre forme di libertà:

    -l'informazione   corretta   come  traduzione   dei   messaggi

    ufficiali;

    -il dialogo libero, aperto e non spettacolare;

    -il linguaggio sensuale (Bohme).

 

    Il  potere  come potere di seduzione. Esistono dei  segni  di  rivoluzione nella vita quotidiana: il rifiuto del  sacrificio  e dello scambio, la costruzione di SITUAZIONI vissute.  Agire  come  se non ci dovesse essere futuro . Il  piacere  radicale soggettivo per-sé e per-tutti.

 

    L'apparenza è organizzata e protegge, è mito e spettacolo.  I ruoli assunti nel vissuto sono incrostazioni di alienazione.

   

    Il    ruolo    come    stereotipo.    L'identificazione     è  quantitativamente   necessaria  al  potere.  Gli incidenti di identificazione   rientrano nella categoria della   "malattia mentale". Necessita   di   rifiutare   il   ruolo. Vivere intensamente   e  détourner  lo   spazio-tempo   individuale.

    L'alienazione   nel  ruolo  e  sublimazione  permanente.   La borghesia fonda il suo dominio sulla trasformazione del mondo ma  rifiuta  la  sua  propria  trasformazione.  Bisogna   non  esaurirsi  nel proprio ruolo, lasciare uno spazio ludico,  il  ruolo porta in sé il ridicolo. Preparare L'ERA DEL GIOCO.

 

    L'età  è  un  ruolo. Il tempo che  passa  riempie  lo  spazio lasciato  VUOTO dall'assenza dell'io. Il tempo va  preso  nel presente e il futuro è da costruire.

 

    La sopravvivenza è la vita ridotta al consumabile, essa tende a  riempire  la  vita di cure infinite. La  carenza  di  vita appare come carenza di consumo. Il suicidio è inutile  perché non si possiede, in sé, un valore da distruggere.

 

    Il progetto della libertà personale è stato  pervertito   dal liberalismo.   Il progetto della libertà collettiva  è   stato pervertito dal socialismo.

    Il progetto di ritrovamento della natura  è  stato pervertito dal fascismo.

 

    L'uomo  del  risentimento arriva  ad  essere  nichilista.  Il nichilismo  attivo e coscienza della degradazione e  denuncia

 delle cause. Il nichilismo attivo e pre-rivoluzionario.

    (I,  XVIII) (33).

 

    Rovesciare la prospettiva significa sostituire la  conoscenza con la prassi, l'esperienza con la libertà, la mediazione con  il   volere  l'immediato.  Significa  affermare  uno   spazio intersoggetivo  basato  su tre poli:  LA  PARTECIPAZIONE,  LA COMUNICAZIONE, LA REALIZZAZIONE.

 

    Il  soggetto  è  SEMPRE creativo. La  creazione  spontanea  è qualità. La poesia organizza la spontaneità creativa, essa  è complementare alla teoria radicale.

 

    (Vaneigem, a questo punta saluta il Marchese De Sade)

 

    Deve    prodursi:    il    superamento    dell'organizzazione  patriarcale, del potere gerarchico, dell'arbitrio  soggettivo

 e del capriccio autoritario.

 

    La  dittatura del proletariato è divenuta il più delle  volte la dittatura SUL proletariato.

    La fine dei ruoli implica il trionfo della soggettività.

Bisogna dètourner il tempo a favore dello spazio del vissuto.

    Bisogna riorientare la storia a fini soggettivi.

 

    La passione di creare fonda il progetto di realizzazione.

    La passione di amare fonda il progetto di comunicazione.

    La passione di giocare fonda il progetto di partecipazione.

    Isolate le tre passioni degenerano.

 

    La soggettività radicale è la volontà di costruirsi una  vita appassionata.

 

    Il  progetto  di realizzazione comporta un  trasferimento  di strutture  dall'artistico  al  soggettivo.

 

    La  realizzazione  della  soggettività   individuale     sarà collettiva o non sarà.

   

    La  soggettività radicale è il fronte comune  della  identità ritrovata.

 

    L'amore offre il modello puro della comunicazione autentica. La  passione  amorosa  appartiene  al  qualitativo.   L'amore attraverso la spettacolarità diviene un rapporto reificato.

    L'erotico  è  il  piacere che cerca la sua  coerenza.  E'  il movimento delle passioni divenute comunicanti,  inseparabili,

    unitarie.

   

    (Qui  Vaneigem  fa tutta una serie di riferimenti  a:  Reich,

    Freud, N. Brown, Breton)

 

    La noia è sempre controrivoluzionaria (34).

 

    La passione del gioco nasce dalla crisi della spettacolarità,  in questo caso la partecipazione si fa reale. In questo  caso si ha una serie di rifiuti:

    - del capo e della gerarchia;

    - del sacrificio;

    - del ruolo;

    ed affermazione di:

    - una libertà di realizzazione autentica;

    - una trasparenza dei rapporti sociali.

    La  tattica come fase polemica del gioco tra la poesia  e  la  spontaneità.

 

Il détournement come rimessa in gioco globale e manifestazione di creatività. Esso è la costruzione di  un  nuovo  ordine significante dopo la svalutazione di quello precedente. Dove c'è   "decomposizione"     vi  sono   le   condizioni   del dètournement.

 

    La  soggettività  ha un luogo incolto: l'intermondo.  E'  una terra  di  nessuno tra lo  spettacolare  e  l'insurrezionale.

    Attraverso una "nuova innocenza" l'intermondo può cambiare le cose   in  una  rivoluzione  della  vita  quotidiana,   verso l'edificazione di una società parallela.

    (XIX, XXV) (35)

 

   Nel maggio 1968 l'Internazionale Situationniste si scioglieva nel  popolo    portando  a  termine  un  itinerario   critico  certamente  appassionante.  L'idea di  una osmosi  tra  vita, arte  e politica, aveva radici letterarie e riferimenti  alle avanguardie storiche degli anni '20 (36), ma soprattutto dava corpo  ad  una   denuncia delle nuove  forme  di  alienazione correlate sia con lo sviluppo della società industriale,  che con rimozioni politiche. Il tutto non senza contraddizioni ed insofferenze  verso  una  sinistra  di  tradizione  a  cui  i Situazionisti  opponevano  un radicalismo basato fondamentalmente  sulla  possibilità  di  ricostruzione e di ri-gestione qualitativa del  mondo (37).

  Ovviamente  vari  accadimenti successivi  avrebbero  dato  al concetto  di  soggettività collocazioni diverse  ma  ciò  non toglie interesse ed attrazione verso forme  di   divertimento che  recuperano la soggettività attraverso   l'organizzazione del   détournement,   attraverso   la    deriva    (modo   di comportamento  sperimentale  legato  alle  condizioni   della società  urbana: tecnica di passaggio  improvviso  attraverso ambienti diversi), attraverso il disegno di una  quotidianità ri-soggettivante (38).

   E'  innegabile inoltre il valore delle analisi  situazioniste  per  ciò che riguarda la realtà dell'assetto capitalistico degli anni '60  e per i successivi consolidamenti e sofisticazioni, nell'ambito comunicativo  e per ciò che riguarda quello che si  definisce come postmoderno.

 

                                                                           Flashback

 

1

   Di là dagli esiti filosofici e politici nell'analisi del Situazionismo è importante esaminare l'origine di questo movimento internazionale per una serie di passaggi certamente significativi. Un punto nodale, in tale ambito è quello relativo al fatto che il Situazionismo è il risultato di un transito dall'ambito estetico a quello politico e filosofico. C'è una ricerca che pone bene in evidenza questo punto. E' quella di R. Estivals che nel 1969 su Marcatré n. 49 (39)  mostrò come la maturazione delle avanguardie artistiche francesi, alla fine degli anni  '50 portò al Situazionismo  in un clima di fermenti di varia origine ma convergenti nel più generale movimento del '68.  In Italia , nel 1975, sulla rivista Uomini e Idee (n.1)  L Caruso e S.M. Martini (40) ripresero l'impostazione di Estivals ponendo l'accento su altri punti significativi.  Anzitutto la polemica contro l'opera-merce: un tema centrale e reperibile in gran parte dei movimenti artistici dell'epoca.  Poi quella che viene da Estivals definita come modestia  di origine sociocentrica e marxista: una delle matrici del Situazionismo. Estivals sottolinea poi, a più riprese, l'ascendenza lettrista dei situazionisti e la comunanza di questo movimento col surrealismo di cui condivideva l'antidogmatismo, nonché il marxismo assunto come criterio di verità (41). L'idea di base  dei situazionisti è comunque quella della REALIZZAZIONE DEL SIGNIFICATO (42). E' questo un punto fondamentale che informerà di sé gran parte del '68. Realizzare il significato marcando la catena di dominio significante nei  poli di alienazione per riscattare una soggettività la quale, ora è possibile dirlo, pur essendo dissolta dall'attacco strutturalista  in generale la si ritrova oggi lacanianamente come  alienazione strutturale e strutturante che pur sempre rimanda all'oggetto "a"  e quindi ad una offerta saturante di identificazioni a misura del discorso del capitalista e quindi di un plusgodere (43).     C'è quindi una processualità  che vede in Debord il catalizzatore delle tendenze    che     passarono, attraverso una maturazione dialettica, dall'estetica alla politica ed alla filosofia. Dalle esperienze cinematografiche alla fondazione dell'Internazionale lettrista prima e poi dell'Internazionale Situazionista c'è una continuità ed una conseguenzialità evidenti. Si trattava di tradurre in termini rivoluzionari l'eversione artistica e farla straripare nella quotidianità ed in un progetto politico che, con Vaneigem ,si attesta su una teoria dell'autogestione generalizzata basata sui Consigli Operai (44).  Prendono forma, poi, una serie di istanze artistico-politiche quali la deriva, il détournement, la ricerca psicogeografica ecc.  che caratterizzaranno il Situazionismo. In tal ambito acquista rilievo  una dimensione, quella relativa all'esaltazione ed alla valorizzazione del PRESENTE  e ciò anche  nella prospettiva di una reale pratica dell'arte (45).

 

2

 In ogni caso ci sembra che due documenti possono essere abbastanza indicativi della fase originaria del situazionismo e che cercheremo di esaminare nei loro aspetti fondamentali.

 Il primo è un testo di  Asger Jorn databile al 1954 (46) che anticipa temi ripresi negli anni sessanta e relativi al rapporto economia-arte, alla reificazione, all'opera  d'arte come contro-valore.

In questo testo abbastanza articolato vengono inizialmente prese i esame le forme dello sviluppo moderno della pittura, della scultura e dell'architettura. Si denuncia l'iniziativa di F.L. Wright di realizzare un museo inteso come ambiente in cui sono sepolte le opere d'arte senza passare  prima nella vita di ogni giorno.  Si passa quindi ad una critica dell'architettura, intesa come arte per formare il nostro ambiente,  ma ormai immobilizzata su vecchi problemi, senza una prospettiva nuova che ridefinisca il rapporto uomo-ambiente: ciò che invece ha fatto Le Corbusier . Da qui la necessità di trasformare il programma funzionalista di là da ogni necessità assoluta dell'oggetto.  Jorn quindi cerca di ridisegnare una concezione dinamica della forma e del cambiamento ponendo in evidenza alcuni parametri significativi:

- l'evoluziome formale ha luogo attraverso brusche rotture;

- l'uso crea la forma ideale;

- esistono  un conservatorismo delle forme ed un radicalismo delle forme stesse.

Tutto ciò viene a costituire un punto di partenza propositivo per un nuovo Bauhaus il quale, per Jorn, dovrà avere un respiro artistico internazionale e basarsi su un corpo dottrinario definito  strutturato intorno ad una unica definizione dialettica dell'arte articolata su tre ambiti:

- estetico: l'arte è la realizzazione del non-conosciuto, è il realizzare l'irrealizzabile, è il principale punto di riferimento dell'uomo e la sua completa possibilità;

- etico: l'arte è la realtà soggettiva, è la capacità di un essere o di una comunità, è l'espressione di una manifestazione vitale;

- logico o scientifico: l'arte è la natura vista come un temperamento, è la fedele immagine dell'oggetto, è l'osservazione non interessata.

A questi tre ambiti corrispondono tre prospettive di analisi dell'arte :

- analisi estetica relativa agli effetti sensoriali, di choc e di novità dell'oggetto artistico;

- analisi etica relativa all'utilità, agli interessi umani ed alla funzionalità sociale dell'oggetto artistico;

-analisi scientifica relativa alla costruzione dell'oggetto artistico in relazione alle sue possibilità.

 Jorn cerca con questo- che è un vero e proprio programma di intervento e di analisi con evidenti prospettive politiche- di superare il formalismo dottrinario imputabile ai rinnovatori del Bauhaus ed a Gropius e ciò anche per il fatto che sarebbe stupido ignorare che nel frattempo si è imposto il surrealismo (47).

 Da queste manifesto presero avvio scissioni e costituzioni di gruppi e movimenti tra cui  la rivista Reflex, il gruppo De Stijl, la rivista Cobra . Abbiamo poi la confluenza dell'Internationale lettriste nel movimento per la Bauhaus Imagista. Siamo nel 1956. Nel 1957 G. E. Debord comincerà a parlare della costruzione di situazioni .

 

 

3

 Il secondo è il testo di GUY  E. DEBORD Sur la construction des situations et sur les conditions de l'organitation et de l'action de la tendance situationniste internationale del 1957 (48). Si tratta di un rapporto  presentato ai membri dell'Internationale  lettriste, del movimento per una Bauhaus Imaginiste e del Comité Psychogéographique  de Londres come base di discussione e come documento  per la propaganda. Con questo documento Debord traccia l'ambito teorico di base del Situazionismo individuando due prospettive di lotta il cui valore non può essere considerato estraneo ad una certa attualità: un rinnovato valore politico dell'arte di là da ogni valore di scambio borghese  e la critica serrata all'industria culturale  proseguendo in modo originale sulla via aperta dalla Scuola di Francoforte. L'unificazione delle due prospettive avviene nell'ambito di una propugnata rivoluzione da attuale attraverso i partiti operai. Punti fondamentali di questa rivoluzione saranno la costruzione di situazioni, un diverso assetto del territorio mediante il concetto di urbanismo unitario, la deriva intesa come gioco spaziale-emotivo  riguardante un uso creativo degli ambienti e la delineazione di una nuova area di ricerca, quella psicogeografica relativa al rapporto tra l'ambiente ed i comportamento individuale. Abbiamo infine il détournement, una pratica di spiazzamento, di decontestualizzazione e di riutilizzo creativo di  elementi della civiltà borghese. Si tratta  chiaramente di un documento che definisce già tutte le direttrici analitiche presenti nella rivista Internationale Situationniste. Si divide in sei parti che sono:

-rivoluzione e controrivoluzione nella cultura moderna;

-il disfacimento, stadio supremo del pensiero borghese;

-verso una Internazionale Situazionista;

-piattaforma per una opposizione provvisoria;

-ruolo delle tendenze minoritarie nel periodo di riflusso;

-nostri compiti immediati (49).

 Nella prima parte l'assunto principale è che "ciò che  si chiama la cultura riflette e prefigura, in una società data, le possibilità di organizzazione della vita. La nostra epoca è caratterizzata principalmente dal ritardo dell'azione politica rivoluzionaria rispetto allo sviluppo delle possibilità moderne di produzione,  che richiedono una superiore organizzazione del mondo". Questo perché "ogni anno si pone sempre più decisamente il problema del dominio razionale delle forze produttive  e della formazione della civiltà su scala mondiale. Il capitalismo, inoltre, inventa nuove forme di lotta- dirigismo del mercato, raggruppamento dei settori della distribuzione, governi fascisti..." e ciò sfruttando "le degenerazioni delle direzioni operaie e neutralizzando mediante tattiche riformiste  le opposizioni di classe" (50). E' evidente la proiezione in avanti di queste analisi che, in qualche modo, prefigurano i problemi connessi con la globalizzazione dell'economia , con le strategie del capitalismo integrato mondiale  e con l'avanzata di una borghesia (vittoriosa) che Debord inquadra come impegnata a détourner il gusto  del nuovo "verso forme inoffensive e confuse" (51).

 Debord quindi esamina i percorsi del futurismo, del dadaismo e del surrealismo ponendo in evidenza le loro degenerazioni. La conclusione di questa prima parte è che "bisogna andare più avanti e razionalizzare di più il mondo, condizione prima per renderlo più appassionante" (52).

Nella seconda parte viene ancora sviluppata una analisi della cultura borghese per ciò che riguarda le varie tendenze letterarie,  artistiche in generale ma anche religiose. Il punto centrale di queste analisi  è che " la crisi della cultura moderna si conclude come disfacimento ideologico. Niente di nuovo è costruibile su queste rovine e il semplice esercizio dello spirito critico diviene impossibile dato che ogni giudizio è in conflitto con altri, ognuno si riferisce a residui di sistemi d'insieme ormai vecchi, oppure a imperativi sentimentali personali. Il disfacimento si è esteso a tutto. Appare così l'uso massiccio della pubblicità commerciale influire sempre di più sui giudizi relativi  alla creazione culturale, ciò che era un antico processo. Si è giunti ad uno stato di assenza ideologica in cui agisce solo l'attività pubblicitaria, escluso ogni giudizio critico preliminare, ma non senza attivare un riflesso condizionato del giudizio critico" (53). Siamo, in effetti, alla stessa chiaroveggenza della Società dello spettacolo, alla denuncia di stereotipi imposti all'immaginario collettivo di cui  il Sagan-Drouet ne è  uno dei più rilevabili alla fine degli anni '50. Anche l'architettura non sfugge a questo disfacimento che ha tout gagné.

 Debord conclude accennando ad una  possibile presa di coscienza  della decadenza del pensiero borghese da parte  delle minoranze dell'avanguardia come recupero di una dimensione positiva.

 Nella terza parte Debord centra le sue proposte d'intervento anzitutto sulla costruzione di "ambientazioni contingenti della vita  e della loro trasformazione in qualità passionale di ordine superiore". Da qui il concetto di urbanismo unitario  "da realizzare attraverso l'impiego dell'insieme delle arti e delle tecniche, come mezzi che possono portare ad una strutturazione integrale dell'ambiente"(54).  Ciò in modo dinamico e sperimentale, non escludendo, ad  esempio la costruzione di quartieri stati-d'animo  per cui è possibile pensare che "ogni quartiere di una città dovrà tendere a provocare un sentimento semplice  a cui il soggetto  si esporrà con conoscenza di causa" (55).  Debord scrive poi del gioco situazionista come di una attività che recupera l'unità della vita di là dalle separazioni poste in atto dalla borghesia e riscontra " nell'abbondanza di bassezze televisive una delle ragioni dell'incapacità della classe operaia americana a politicizzarsi"(56). Il comportamento della deriva ( in tale ambito Debord postula l'uso creativo della televisione e del cinema come rappresentazione diretta di un attualità giocata) e le analisi psicogeografiche rientrano per Debord in una pratica che tiene conto del fatto che " la vita di un uomo è una successione di situazioni fortuite di cui si ha, sia che le une non sono proprio simili alle altre che esse, nella gran maggioranza, tanto indifferenti e appannate, danno perfettamente l'impressione della somiglianza" (57). Particolare rilievo assume il conflitto " tra il desiderio e la realtà ostile a tale desiderio: ciò che sembra essere la sensazione del deflusso temporale. Al contrario i situazionisti "puntano sulla fuga del tempo, contrariamente ai metodi dell'estetica che tendono alla fissazione dell'emozione" (58).

 La quarta e la quinta parte riguardano un approccio organizzativo e l'analisi dei percorsi delle avanguardie artistico-rivoluzionarie per tutto quello che riguarda il rapporto tra creazione culturale e rivoluzione mondiale.

 Nell'ultima parte brevemente Debord si occupa delle forme di opposizione al modo di vivere capitalistico e in particolare della necessità di  "distruggere, con tutti i mezzi iper-politici, l'idea borghese di felicità" (59). Si tratta di presentare una alternativa rivoluzionaria alla cultura dominante. Perché "si sono interpretate abbastanza le passioni: si tratta ora di trovarne altre" (60).

 

 

Meduse situazionaute

 

1

...Machiavelli, il Guy Debord del Rinascimento...

...Sun Tze, il Guy Debord cinese..

...c'è una certa similitudine tra l'opera di Debord e quella del grande scrittore di fantascienza Philip Dick..

Amenità del genere sono oggi reperibili su Internet, la rete in cui sono presenti materiali diversi- in contesti discutibili- relativamente ai Situazionisti, in generale, e a Debord e Vaneigem in particolare, con la possibilità di scaricare molti testi dei due situazionisti oltre a commenti di vario genere. Ciò a indicare la banalizzazione e l'espropriazione dell'ambito critico situazionista, nonché il suo uso traslato e, quindi la sua neutralizzazione di fatto, ovvero la vittoria perdente del Situazionismo

 

                                                                                2

 In effetti Debord proprio è rintracciabile in  certi spazi culturali in cui troviamo varie riviste che, partendo dalle analisi debordiane cercano di riprodurre fenomenologie critiche del postmoderno allargando alla cibernetica, alla critica d'arte e ad altri ambiti culturali  l'area di intervento della critica neosituazionista, tutto questo con esiti spesso discutibili e/o oscuri. A tutto ciò viene a corrisponde, per altro verso, la rimozione di Debord posta in atto nella filosofia italiana nonché la sua utilizzazione asettica nel discorso universitario.

 Va notato, quindi, come invece studiosi come Mario Perniola e Giorgio Agamben abbiano correttamente posto il lavoro dei situazionisti e di Debord nella  partitura storica del nostro   secolo.

Perniola per  aver giustamente considerato Debord un filosofo del sospetto verso le forme sensibili nell'ambito della critica ai nuovi media  (61); Agamben sia per ciò che riguarda l'attualità della fenomenologia debordiana,  sia per il suo valore critico  rispetto allo stato ed alla politica spettacolari, che per la conferma profetica di taluni temi della  fenomenologia heideggeriana  di Essere e tempo (62). Un  riconoscimento positivo va fatto al libro di Anselm Jappe su Debord (1993) (63) anzitutto per l'accuratezza dell'analisi documentaria relativa al percorso del pensiero debordiano e quindi per l'inquadramento critico  dei due punti centrali della Società dello spettacolo: la soggettività e l'alienazione. Questi due punti sono quelli che l'evoluzione dell'antropologia filosofica ha ridefinito ma, ci sembra, in modo tale più da confermare, ad uno sguardo più approfondito, gli assunti strutturali  del lavoro di Debord che non da renderli  profetici in modo vago.

 La citata raccolta di saggi  dal titolo I Situazionisti  del 1991 (64), a parte il saggio di Agamben, si riscontra nel  lirismo teoretico di Enrico Ghezzi e di Roberto Silvestri come i situazionisti abbiano vinto vincendo...  mentre gli altri contributi si articolano con ricchezza di valutazioni critiche, penso, in particolare  al saggio di Paolo Virno che si sofferma sulla profezia debordiana della morte dell'arte e sulla critica filosofica situazionista al capitalismo nella sua ideologia post-moderna.

Molto circostanziato risulta il  corposo ed esauriente lavoro di Roberto Massari sia come collocazione storica del Situazionismo, nell'ambito internazionale delle culture e dei movimenti politici del '68,  che come caratterizzazione di questo movimento per l'elaborazione della sua teoria critica (65). Si tratta di uno dei lavori più completi sul '68  e ciò per  l'ampiezza dei riferimenti, per  l'articolazione coerente delle tematiche richiamate e per la ricchezza delle conclusioni politiche.

 Salutarmente provocatorio è il lungo saggio di Gianfranco Marelli sui situazionisti, comparso sul n. 8 di  Per il Sessantotto  del 1995 e ripreso recentemente nel libro omonimo a cura di Diego Giachetti (66). Il saggio parte dallo Scandalo di Strasburgo di cui ripercorre le tappe significative, per mettere  a fuoco una critica puntuale- e opportunamente smitizzante- del Situazionismo. La sfida sul cambiamento, la reinvenzione della rivoluzione, la critica del linguaggio, ma anche il settarismo, lo scissionismo, sono i punti posti in evidenza da Marelli nel suo saggio, punti nevralgici e caratterizzanti del Situazionismo che viene pure esaminato per ciò che riguarda le sue illusioni storiche, per lo sganciamento di fatto dai nuovi proletari- di cui i situazionisti avevano peraltro individuato i bisogni- e per  come il ricco armamento fenomenologico dei situazionisti sia stato  dal  potere  recuperato per i suoi fini , un potere divenuto, di fatto, situazionista (67).

 

 

3

 Riteniamo, infine, utile accennare ad un movimento italiano che si richiama direttamente al Situazionismo attraverso iniziative, provocazioni e pubblicazioni. Si tratta del gruppo bolognese Luther Blisset,  nome collettivo che tende ad eludere il concetto di diritto d'autore per porsi come spazio creativo e critico, filiazione evidente  della libertà divulgativa e riproduttiva  tipica dei testi  dell'ambito situazionista nonchè spiazzamento mirante a svelare l'aspetto autoritario del sistema. La rivista dall'omonimo nome, rivista di guerra psichica e adunate sediziose (68) tende a riprendere il barocchismo stilistico dei  situazionisti volendo  cercare di distruggere i meccanismi di controllo della logica borghese, cambiare il  mondo in cui viviamo  nonché sabotare l'ordine virtuale ( 69).  Tenendo presente la psicogeografia situazionista vengono sviluppate analisi territoriali e il fumetto viene detournato secondo lo stile situazionista, si riprende il concetto di deriva   ed anche il teatro viene rivisto in una prospettiva situazionista  cercando di recuperare al teatro il popolo delle discoteche . Anche Luther Blisset tende ad avere uno spazio di sviluppo e di azione internazionale, vi sono articoli in inglese e vi sono collegamenti con gruppi americani, inglesi, oltre che con vari corrispondenti sul territorio nazionale. Presente su Internet Luther Blisset ha sviluppato provocazioni via etere a Roma , a Catania ecc. E' certo un tentativo di attualizzazione del situazionismo interfacciato in qualche modo con l'area  pubblicistica cyber. Tentativo, per vari aspetti, discutibile e pertinente, in questo caso, alla vittoria perdente dei situazionisti, recupero di un senso che non va a sostanziarsi in una incidenza culturale e politica mirante al cuore del dominio complessante, ma che allude, in qualche modo, ad una necessità. Di questa area ci sembra che alcuni tentativi di narrazioni che si riferiscono direttamente al cyberpunk, possano essere valutate come riflessioni critiche sulle nuove (possibili ) libertà. Stiamo parlando di Net.gener@tion,  manifesto di Luther Blisset sulla generazione della Rete. Ci si muove qui tra P. K. Dick, letteratura ciberpunk, neocritica cinematografica, cultura trash e, ovviamente riferimenti  ai  Situazionisti che ora, attraverso varie contaminazioni,  divengono situazionauti (70). Il libro afferma che la Rete (Internet) è una nuova libertà, propria delle nuove generazioni, entro cui realizzare  il senso dell'avventura, ...far esplodere le mente al Grande Cambiamento (71) ovvero: da oggi siete liberi.  Abbastanza apprezzabile peraltro la lettura di Pulp Fiction, il film di Quentin Tarantino che viene visto come una centrata metafora della realtà- presente e futura- avvitata in una retorica di chiacchiera e di violenza. Anche qui abbiamo l'emergere di una necessità, il tentativo di costruire un profilo d'identità oltre il dominio complessante. E anche qui emerge la vittoria vincente, questa volta, dei situazionisti nell'anticipare come l'ineluttabile dominio complessante si riproduca incessantemente come spettacolo integrato secondo l'analisi debordiana presente nei Commentari, una integrazione esponenziale  verificabile nei fatti.  Certo è possibile pensare a  libertà esplorative e spazi  ludici relativi al soggetto desiderante. Il problema è la rappresentazione. Se si  tende a porre l'immagine (apparenza ?) come sostituzione della realtà, a risolvere, in ultima analisi la realtà in una virtualità, con la conseguenza che  il soggetto coincide con l'immagine senza discontinuità (72), allora si è realizzata una coincidenza simulativa, di cui non è forse azzardato dire che non è comunicazione e che è una deriva  autarchica rispetto al mondo da cui tende a distanziarsi (73). E' questa una prospettiva di liberazione o non piuttosto, come sostiene Virilio, solo  uno degli stadi finali verso il crack delle immagini  ?(74).

 

                                                

Note per una economia politica dell'immaginario

 

 

1

 C'è un filo rosso  che nel pensiero occidentale si dipana a delineare un'area critica,  variamente articolata, richiamabile come economia politica dell'immaginario. Si tratta di un percorso che ha i suoi passaggi nodali in Hegel, Marx,  Freud, Heidegger, la Scuola di Francoforte, fino ai Situazionisti, a Lacan.

2

 Gli esiti moderni della Fenomenologia dello Spirito, partendo dalla lettura kojèviana di questa opera,  rientrano a pieno titolo in una figurazione fondamentale: l'assetto vincente della nostra epoca ha fatto si che si realizzasse una omologazione fittizia della padronanza per cui i servi si sentono sempre più padroni e, nell'affermare la loro padronanza essi, in effetti, si attardano sempre di più nella loro condizione servile. Tutto ciò riguarda l'economia e l'immaginario, pertiene al Marx non banalizzato- o usato per l'uso invertito del suo linguaggio. Pertiene all'alienazione strutturale e strutturante del soggetto lacaniano. Rientra nell'alienazione generalizzata che i situazionisti che, più di altri, hanno posto in evidenza nelle loro analisi critiche.

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 Omologazione fittizia della padronanza, dunque: è ciò che i situazionisti conoscevano bene  per averne definito i parametri attraverso i concetti di merce e di spettacolo, per averne individuato i meccanismi perversi ai vari livelli. Ma anche per averne, nei limiti ovvi di tale impresa, mostrato le vie di fuga possibili, fino a ridefinire il concetto di sociale, fino a prendere in esame l'architettura e la vita quotidiana. Si trattava di  prospettive eluse da una sinistra che già trent'anni fa cominciava a perdersi in vicoli ciechi. Ma anche di questo i situazionisti sono stati profeti.

 

                                                                                      4

 Là dove la deriva era una strategia creativa di ridefinizione  e riappropriazione dello spazio tempo in un universo di flussi programmati ora, nella moltiplicazione di questi flussi, in un dominio di complessità , la deriva è stata settorializzata e istituzionalizzata. Basti pensare a certe serie televisive, a certe tecniche letterarie. Là dove si parlava di urbanismo unitario  e di quartieri-stati-d'animo ora abbiamo le città a tema. Il problema di fondo è che questa complessità ha opportunamente  mescolato padronanza e servitù nell'ambito strutturale producendo virtualità che ben si sono insediate in una economia dell'immaginario. Le derive così sono diventate molteplici e quindi  la vittoria tende ad essere di coloro che sanno creare il disordine senza amarlo.

 

                                                                                       5

Gli intellettuali sono scomparsi. E ciò anche come effetto collaterale della cultura di sinistra. Conseguenza di questa scomparsa la caduta della domanda sul senso e quindi la vittoria di un modello di pensiero fondamentalmente basato sull'accettazione dell'esistente. L'esatto contrario di quanto affermava Marx quanto definiva la scienza in relazione al senso ed alla fenomenicità.

La complessità ha coronato opportunamente questo processo.

 

                                                                                        6

La categoria del concreto e  quella  di unità tendono ad assumere contorni sempre più sfumati. Da qui l'esigenza di ridefinirle nell'ambito di un materialismo negativo che individui i domini strutturali e che possa costituire il punto di partenza  per una nuova economia politica dell'immaginario nella complessità  (strumentale) del reale.

 

                                                                                         7

La prospettiva è quella di tener conto dell'antropologia filosofica e psicoanalitica contemporanee le quali, purtroppo per i situazionisti, hanno evidenziato l'alienazione costitutiva del soggetto (alienazione umana) quale prezzo inevitabile per l'accesso all'ordine simbolico che è politico come discorso. Un ordine che viene vissuto come spazio e dimensione in relazione con l'Altro, alle identificazioni, agli oggetti del desiderio. I situazionisti ben avevano previsto la capacità del dominio capitalista di attrezzarsi e di articolarsi per regolare l'economia politica dell'immaginario.

 

                                                                                         8

Non bisogna mai dimenticare che gli effetti del simbolico sulle aree suddette sono di natura politica e culturale e quindi, ad esempio, vengono a rinforzarsi nell'ignoranza, nelle parcellizzazioni, nella manipolazione tecnocomunicativa. E' qui che va a delinearsi il recupero di una nuova autenticità. E' qui che l'economia politica dell'immaginario deve farsi teoria critica partendo dal materialismo negativo.

 

                                                                                          9

I situazionisti, negli anni '60 hanno avvertito, più di altri, la domanda sul senso ed intuito linee di tendenza. La loro teoria critica è una risposta ancora oggi valida.  Una risposta rispetto al recupero di un senso. Oggi l'offerta di senso tende strategicamente a saturare all'origine ogni domanda. Ma è da qui che può prendere forma un materialismo negativo decostruente. Era ciò che avevano iniziato i situazionisti e che costituisce la prospettiva di una loro rilettura critica produttiva. Prendiamo l'Università, non è forse vero che il discorso universitario, nella sua decostruzione - come afferma Lacan-  tende a coincidere con quello del Padrone? Non è forse vero che c'è una miseria dell'ambiente studentesco la cui rimozione è generalmente accettata? E così di seguito.. 

                                                                                      

 

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

 

(1) AA VV, I Situazionisti, manifestolibri, Roma 1993

(2) INTERNATIONALE SITUATIONNISTE, 10, 1966

(3) J.M.DOMENACH, Pour finir avec  l'alienation, Esprit,12,1965

(4) INTERNATIONALE S. cit.

(5) INTERNATIONALE S. cit. Domenach contre l'alienation

(6) L'ESPRESSO, 24.3.1968

(7) R. VANEIGEM, Banalità di base, tr. it. De Donato, Bari 1969

(8) A. ILLUMINATI, Cospirazioni irriverenti, il manifesto, 30.5.94

(9) M. KHAYATI, Les mots captifs, INT. SIT. cit.

(10) INTERNATIONALE S. cit. De l'alienation, decomposition et

 recuperation

(11) M. KHAYATI, Les mots cit.

(12) M. KHAYATY, Les mot cit.

(13) T. FREY, Perspectives pour une  generation. INT. SIT. cit.

(14) M. KHAYATI, Les mots cit. e INT.SIT. n.8

(15) INTERNATIONALE S. cit. De l'alienation cit.

(16) G. E. DEBORD, La divisione perfetta, in La société du spectacle,

Gallimard, Paris 1992 tr. it. De Donato, Bari 1968

G. E. DEBORD, Commentari     sulla    Società     dello spettacolo,

in La società dello spettacolo,  tr. it. Sugarco, Milano 1990

(17) G. E. DEBORD, La merce come spettacolo, in La société cit.

(18) G. E. DEBORD, Il proletariato come  soggetto  e  come

rappresentazione, in La société cit.

(19) G. E. DEBORD, Tempo e storia, in La société cit.

(20) G. E. DEBORD, Il tempo spettacolare, in La société cit.

(21) G. E. DEBORD, La disposizione del  territorio,  in  La  société cit.

(22) G. E. DEBORD, La negazione e il consumo della cultura,

in La société cit.

(23) G. E. DEBORD, L'ideologia materializzata, in La société  cit.

(24) A. JAPPE, Debord,  tr. it. Tracce, Pescara 1993

(25) A. ILLUMINATI, art cit.

(26) G. E. DEBORD, Commentari cit.

(27) G. E. DEBORD, Commentari cit.

(28) G. AGAMBEN, Glosse in margine ai Commentari cit.

(29) G. AGAMBEN, Glosse cit.

        G. AGAMBEN, Violenza e speranza dell'ultimo spettacolo,

 ne  I  Situazionisti,  manifestolibri, Roma   1991

(30) R. VANEIGEM, Banalità di base, tr. it. De Donato, Bari 1969

INTERNATIONALE S. 1958/1969

(31) R. VANEIGEM, Traité de savoir-vivre à l'usage des

jeunes générations, Gallimard, Paris 1967  tr. it.  Vallecchi, Firenze   1973

(32) R. VANEIGEM. Introduzione, in Traité cit.

(33) R. VANEIGEM, La prospettiva del potere, in Traité cit.

(34) INTERNATIONALE SITUATIONNISTE, n. 3

(35) R. VANEIGEM,  Il  rovesciamento  di  prospettiva, in  Traité cit.

(36) L. PASSERINI, Critica  della  vita  quotidiana, ne

 I Situazionisti cit.

(37) M. PERNIOLA, I Situazionisti, Agaragar, 4/1972

(38) INTERNATIONALE SITUATIONNISTE n. 3

(39) R. ESTIVALS, Dall'avanguardia estetica alla rivoluzione di maggio,

 Marcatré n, 49, 1969

(40) UOMINI E IDEE n. 1, 4/1975, Schettini Ed. Napoli

(41) L. CARUSO S.M. MARTINI, La "rivoluzione culturale e i situazionisti"

in Uomini cit.

(42)  L. CARUSO S.M. MARTINI, art cit.

(43) J. LACAN, Seminario XVII, 1969-70

(44) R. VANEIGEM, Avviso ai civilizzati riguardo

all'autogestione generalizzata, in INTERNATIONALE S. n. 12 sett. 1969

e M. PERNIOLA, I situazionisti, AGARAGAR , 4/1972

(45) M. PERNIOLA, Art. cit

(46) A. JORN, Immagine e forma (Mouvement international pour un

 Bauhaus imaginiste) in Uomini  e Idee cit.

(47) A. JORN, Art cit.

(48)G.E. DEBORD, Rapport sur la construction des situation

et sur les conditions de l'organisation et de l'action de la tendance

 situationniste internationale (1957), in Uomini e Idee cit.

(49- 60) G.E. DEBORD, Rapport cit.

(61) M. PERNIOLA, L'Estetica del novecento, Il Mulino Bologna 1997

(62) G. AGAMBEN, Violenza e speranza, cit

(63) A. JAPPE, Debord, cit.

(64) AA VV, I Situazionisti cit.

(65) R. MASSARI,  Il '68 come e perché, Massari ed. Bolsena 1998

(66) G. MARELLI, Uno scandalo all'Università di Strasburgo.

L'Internazionale Situazionista, in Per il Sessantotto - Studi e Ricerche,

C. Doc. Pistoia Ed. - Massari Ed. Bolsena 1998

(67) G. MARELLI,  Art cit.

(68) LUTHER BLISSET, Suppl. a Radio K Centr.  Grafton 9-

 nn.  Zero e segg.  Bologna 3/4 1995

(69) R. BUI, Transmaniacalità e situazionauti, Synergon Bologna 1994

(70) L. BLISSET, Net. gener@tion, Mondadori  Milano 1996

(71) L. BLISSET, Introduzione, op. cit.

(72) P. VIRILIO, Occhio contro occhio, il crack delle immagini,

Le monde diplomatique-manifesto 22.2.1998

(73) Per queste tematiche ci permettiamo di rimandare al nostro

Mappe dell'alienazione, Erre Emme, Roma 1995

(74) P. VIRILIO, Art cit.

 

  

   

 

      Alcuni libri

 

    G.E.  DEBORD, Guide psychogéographique de Paris,  Le  Bauhaus

    Imaginiste, Permild and Rosengreen, Copenhagen 1957

    G.E. DEBORD, I Situazionisti e le nuove forme d'azione  nella

    politica e nell'arte, tr. it. Nautilus, Torino 1991

    G.E. DEBORD, Panégirique, Gallimard, Paris 1993

    G.E. DEBORD, Considérations  sur  l'assassinat  de   Gerard

    Lebovici, Gallimard, Paris 1993

    G.E. DEBORD, Cette mauvaise réputation, Gallimard, Paris 1993

    G.E. DEBORD, Oeuvres cinématografiques completes,  Gallimard,

    Paris 1993

    R. VANEIGEM, Pour la révolution Ernest Coeurderoy,

    Ed Champ Libre, Paris 1972

    R. VANEIGEM, Le livre des plaisirs, Encre, paris 1979

    R. VANEIGEM, Le mouvement du libre-esprit, Ramsay 1986

    R. VANEIGEM, Addresse aux vivents sur la mort qui les gouverne

    et l'oppurtunité de s'en défaire, Seghers, Paris 1990

    R.VANEIGEM, Scutenaire, Seghers, Paris 1991

    L. LEMAITRE, Bilan lettriste, Richard-Marre, Paris 1955

    J. ISOU, Introduction à une nouvelle poesie et à une nouvelle

    musique, Gallimard, Paris 1974

    LINEA SUD 2/1965

    R.  GOMBIN,  Les origines du gauchisme, Ed. du  Seuil,  Paris

    1971

    H. LEFEBVRE,  La sociologia di Marx, tr. it. Il  Saggiatore,

    Milano   1969

    H. LEFEBVRE, Il marxismo e la città, tr. it. Mazzotta,

    Milano 1973

    H. LEFEBVRE, L'irruption, de Nanterre au  sommet,  Antropos,

    Paris 1969

    H. LEFEBVRE,  Critica della vita quotidiana, tr. it.  Laterza,

    Bari   1977

    R. FINELLI, Situazionismo, L'Indice 5/1994

    R. SILVESTRI, Situazionismo.  Nella  tela  vellutata  dello

    spettacolo, il manifesto 30.5.94

    J.F. MARTOS, Rovesciare il mondo, tr. it. Sugarco, Milano 1993

    M. BRAY, Sessantotto in archivio, L'Indice 5/1994

    1968 Una rivoluzione mondiale- dizionario della memoria,

    manifestolibri,  Roma 1998

   DEBORD- VANEIGEM ED ALTRI, SITUAZIONISMO. Materiali

    per una economia politica dell’immaginario, R. Massari Editore,

   Bolsena  1998

   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE  A

G. E. DEBORD - LA SOCIETA DELLO SPETTACOLO

di Pasquale Stanziale (2002)

 

 

La società dello spettacolo ovvero crisi della modernità e sconfitta della politica

 

 

È stato così che ci siamo definitivamente arruolati nel partito del diavolo, vale a dire di quel male storico che porta alla distruzione delle condizioni esistenti, di quella «parte sbagliata» che fa la storia rovinando ogni soddisfazione prestabilita  (1) .

G. Debord

 

 

1. I cattivi maestri ritornano sempre

Nella seconda metà del XX secolo una visione prese forma di narrazione e fu tutto più chiaro. Intuizione decisiva, a compimento di un pensiero snodatosi da lontano e polarizzato sulla constatazione di un dato di fatto: l’intero sistema economico, sociale e politico del moderno capitalismo stava dando mano, fra altre strategie ad ampio raggio, a una trasformazione dell’individuo di epocale e devastante portata.

Oggi constatiamo che la trasformazione si è attuata, le profezie del situazionista Debord si sono realizzate e, dopo molte lotte, illusioni e speranze tradite, ci troviamo immersi in una

spettacolarità generalizzata, da intendersi come elemento unificante e rappresentativo di un teatro di guerra permanente, frutto maturo della globalizzazione capitalistica in cui centrale e predominante è l’epica delle merci e delle loro passioni (2). Come scrive Debord,

«lo spettacolare diffuso accompagna l’abbondanza delle merci, lo sviluppo non perturbato del capitalismo moderno.., è in questa cieca lotta che ogni merce, seguendo la sua passione, nell’incoscienza generalizzata realizza, in effetti, qualcosa di più elevato: il divenir mondo della merce, che è altrettanto il divenire merce del mondo».

Malgrado ciò Debord ha ancora vinto perdendo (3) se è vero che del suo patrimonio teorico si parla sempre più spesso: per es. in occasione di una retrospettiva dei suoi film a un festival di Venezia, o nei servizi che gli hanno recentemente dedicato il Manifesto e il Magazine Littéraire. Il lavoro di Debord è ormai fra i testi base della cultura no-global, come è vero che «non si può capire il maggio, e nemmeno la guerra a questo G8, senza aver un po’ fantasticato sull’Internazionale Situazionista» (4).

Il fatto è che al di là della mole di riferimenti teorici dedicati alla Società dello spettacolo, al di là di usi, abusi e richiami patinati, nella filosofia del ‘900 questo lavoro fornisce un ambito critico incancellabile:

il «momento bellissimo in cui si dà il via a un assalto contro l’ordine del mondo» (5).

Vale a dire, il momento in cui si definisce il contesto al cui interno la spettacolarità giunge a rappresentare la strategia del capitalismo della globalizzazione, con i suoi assetti relativi alla fine della modernità, alla sconfitta della politica, alla crisi finale della democrazia (intesa come sintesi di rappresentanza, libertà e governo).

Al di là di prospettive semplificatrici e al di là di disinvolte e superficiali citazioni o strumentalizzazioni decorative (vedi alcune recenti Introduzioni all’opera di Debord), La società dello spettacolo continua a dimostrare, in ambito filosofico, che

 

«le avanguardie hanno un unico tempo e la fortuna più grande che possono avere è, nel senso pieno del termine, quella di fare il loro tempo»  (6).

 

Orbene il fatto è che il tempo dell’avanguardia situazionista debordiana è il tempo del capitalismo nel suo sviluppo storico, ben profetizzato da Debord (7). Ed è questa la ragione per cui il cattivo maestro ritorna continuamente con le sue narrazioni (8) e con le sue profezie.

 

2. Metafisica del marketing

La società dello spettacolo si presenta dunque ancora e sempre come l’ideologia unificatrice caratteristica del capitalismo del terzo millennio, nel contesto di una crisi della politica sempre più marcata.

La spettacolarità può assumere varie forme: si va dalla strategia del «terrorismo-spettacolo» (9)- che consente alle classi di potere, nei vari paesi dell’imperialismo, di ridisegnare l’ordine mondiale in funzione dell’interesse delle multinazionali- sino a un «voyeurismo televisivo» generalizzato, in cui la fiction si installa sempre più nella realtà, sotto l’occhio onnipresente delle telecamere, confermando ulteriormente che «il vero è un momento del falso» (Tesi 9).

Nello scenario del mercato mondiale, il primato dell’economia capitalistica sulla politica, oltre ad avere una serie di pesanti conseguenze dalla crisi dello stato-nazione allo stato di guerra permanente) (10). O costituisce anche un quadro nuovo dei rapporti sociali di produzione in cui al disprezzo della produzione e al rinnegamento della fabbrica corrisponde un’ideologia «spettacolare» centrata sul marchio: entità in grado di trasmettere una serie di valori che la società dello spettacolo è chiamata a riconoscere e condividere nel consumo (11).

È una vera e propria precarizzazione del processo produttivo, con una crescente limitazione degli investimenti ad esso dedicati, a vantaggio di investimenti massicci nel marketing divenuto un settore sempre più autonomo e decisivo. Sono questi gli elementi della nuova frontiera della società dello spettacolo, che lega economia e spettacolo, ben messi in evidenza dalla Klein, che a sua volta si richiama a Debord quando parla di «interferenza culturale», come riferimento al détournement (Tesi 208) che costituisce uno dei punti fondamentali della strategia situazionista: strategia che in tempi relativamente recenti è stata attuata in Italia dal gruppo Luther Blisset (12).

 

3. Ultime frontiere dello spettacolo. l’imperiale e il virtuale ovvero non c’è più un fuori, siamo tutti dentro

Nell’artificio generalizzato del nuovo ordine civile (13) si inscrive la fine della modernità (intesa come trionfo del simulacro e conseguente indebolimento della storicità) (14). A questo artificio totalizzante corrisponde l’affermarsi dello «spettacolo imperiale», chiuso ad ogni dimensione o riferimento altro da sé. È l’ultima frontiera dello spettacolare, nel contesto storico di un dominio imperiale (15) che si attua sia come «spettacolo globale» - inteso a recuperare un’unità fittizia del mondo (Tesi 29) - sia come «virtualità». Mentre da una parte, dunque, si realizza la spettacolarità diffusa descritta da Debord (concentrara e integrata, che nel globale trova infine il suo compimento), dall’altra si apre una dimensione simulativa, il virtuale, contrassegnato da un dileguarsi della realtà. È il feticismo della merce informatica, dello spettacolare simulativo che sul piano ideologico tende a stabilizzare la presa sull’economia dell’immaginario (16).

A questo proposito, Hardt e Negri affermano che l’analisi di Debord «risulta sempre più pertinente e urgente» (17) in relazione alla spettacolarità imperiale che si presenta come distruzione di ogni forma di socialità di massa e con l’isolamento degli attori sociali. Tale spettacolarità imperiale, nel momento in cui crea forme di desiderio e di piacere strettamente legate alla paura, finisce essa stessa col comunicare paura (18).

Hardt e Negri ritengono che Debord appartenga di diritto a quella storia del pensiero critico che ha riconosciuto il destino trionfante del capitalismo, da Lenin a Horkheimer e Adorno. Questi ultimi scrivevano nel 1947:

 

«Le automobili, le bombe e il cinema tengono insieme il tutto finché la loro tendenza livellatrice finirà per ripercuotersi sull’ingiustizia stessa a cui serviva» (19).

 

Mentre Marcuse affermava nel 1964 che

 

«al progresso tecnologico si accompagna una razionalizzazione progressiva ed anzi la realizzazione dell’immaginario..., l’immaginazione non è rimasta immune dal processo di reificazione» (20).

 

Nel 1967 Debord (Tesi 21) ci parla di come nella «moderna società incatenata» il sogno divenga sonno e di come lo spettacolo sia il guardiano di questo sonno.

 

4. Lo spettacolo dell’impresa è l’impresa dello spettacolo ovvero il padrone plus-gode come un pazzo

Il momento infine in cui la crisi della modernità si iscrive nella globalizzazione dell’economia col connesso plus-godimento (21) (Lacan direbbe: il trionfo del «discorso del Padrone») è ci in cui l’impresa si afferma come modello organizzativo (22) basato su un ordine sociale e su una logica produttivistica e di mercato. Ma mentre prima ciò avveniva in un ambito di scambio, col riconoscimento all’individuo di alcuni diritti, oggi, attraverso una diffusa retorica e attraverso l’affermazione del «falso indiscutibile» (23), la cultura economica prevalente, è divenuta «destino» per gran parte degli individui che passivamente la accettano nonostante le vistose conseguenze negative (24).

Si tratta del dominio generalizzato dell’impresa che, subordinando anche gli Stati-nazione - con la conseguente crisi della politica - si propone come spettacolo globale di un ordine e di una logica che gli individui si trovano a condividere come attori dello spettacolo vincente.

L’impresa, come struttura costitutiva del potere imperiale, è fondamentalmente comunicazione di massa nella società dello spettacolo. Tra le molte cose, ciò significa in primo luogo che la medialità spettacolare costituisce un ambito proprio della «società del controllo» (come la intende Foucault (25) ovvero di una società in cui s’instaura un nuovo paradigma di potere basato sulle

«macchine che colonizzano direttamente i cervelli (nei sistemi della comunicazione, nelle reti informatiche ecc.) e i corpi (nei sistemi del Welfare, del monitoraggio delle attività ecc.). verso uno stato sempre più grave di alienazione dal senso della vita e dal desiderio di creatività» (26).

La medialità spettacolare, come esercizio del potere imperiale, opera quindi attraverso la merce che tende ad occupare il desiderio, attraverso la biopolitica (27) attraverso le tecnologie della comunicazione che veicolano saperi atti a fondare soggettività fittizie, ad alimentare bisogni e consensi verso la merce e l’impresa: uno spazio in cui la verità non ha più alcuna attrattiva.

Queste nuove servitù (28) - per cui più i servi si sentono padroni più affermano la loro condizione servile (29) - trovano la propria spiegazione nella strategia del «grande Altro» lacaniano: figurazione che ben si richiama al dominante ordine simbolico spettacolarizzato dell’impresa che tende a determinare e saturare sempre di più, in un ambito globale, le dinamiche soggettive del desiderio.

 

 

5. La società dello spettacolo: proposta per un détournement

 

La saggezza non arriverà mai.

Debord

 

La Sds rappresenta uno dei testi fondamentali per la lettura e la critica del capitalismo novecentesco nel suo sviluppo. Il lavoro di Debord rappresenta un punto di non ritorno nell’ambito di questa critica, nel senso che sarà sempre della Sds che occorrerà tener conto per comprendere in pieno le strategie di autoriproduzione ed accumulazione capitalistiche. Proposte di analisi come quelle contenute nei concetti di accesso rifkiniano, di new economy generalizzata o di alienazione biotecnologica, viste in una loro collocazione critica, non possono non essere ricondotte alle concezioni di fondo della Sds, unitamente alle analisi di R. Vaneigem e soci.

La Sds corrisponde, pertanto, ad una fase storica di ristrutturazione del capitale - nella seconda metà del900 - che consolida talune strategie di dominio nell’ambito produttivo e dà origine a nuove direttrici di consumo relative al passaggio all’avere e al baudrillardiano simulare. La Sds riflette tutto ciò con una consapevolezza critica innegabile.

La lettura che è possibile proporre oggi della Sds non può non avvalersi della tecnica del détournement ovvero: 1) partire dalle analisi critiche legate al dibattito teorico proprio del movimento operaio alla fine degli anni ‘60; 2) prendere atto di un processo critico che abbraccia temi quali il tempo, il territorio e la cultura; 3) approdare quindi all’ambito profetico della fenomenologia della società dello spettacolo, aspetto fondamentale e costitutivo della critica del capitalismo colto nel suo sviluppo storico.

Avendo premesso che il lavoro di Debord va inserito in un contesto di elaborazione teorica proprio dell’ambito situazionistico, ci si potrà accingere alla sua lettura, percorrendone la sua caratteristica struttura articolata in 221 tesi, a loro volta raccolte in nove capitoli.

La definizione di una base storico-filosofica da cui partire è fornita certamente dal lungo capitolo 4. Esso inizia individuando l’orizzonte storico come spazio proprio per la costruzione di una prospettiva di analisi e di azione politica, e termina affermando la consapevolezza che ogni teoria rivoluzionaria è nemica di ogni ideologia rivoluzionaria. Muovendo da Hegel e Marx, Debord mostra le carenze proprie dei socialismi e dell’anarchismo. Egli fornisce una critica del burocratismo staliniano, ma anche delle illusioni neoleniniste del Trotzky ispiratore della Quarta internazionale (Tesi 113), affermando invece la validità dei Consigli operai come la realtà più alta del movimento operaio (Tesi 118). Il percorso debordiano risente delle analisi del primo Lukàcs, di Korsch e di Gramsci, ma anche di una certa tradizione francese rappresentata dai gruppi e correnti che facevano capo a Socialisme ou Barbarie e Arguments.

Nei capitoli 5 e 6 il rapporto fra tempo e storia viene da Debord esaminato nel suo sviluppo, procedente da un tempo ciclico senza conflitti ad un tempo irreversibile proprio del medioevo. Con l’ascesa della borghesia si afferma il tempo storico, anch’esso irreversibile, ma il cui uso è vietato alla società dalla borghesia padrona stessa (Tesi 144). A tale tempo irreversibile corrisponde il tempo-merce della produzione corrispondente, a sua volta, al tempo pseudociclico del consumo. Si tratta del tempo spettacolare proprio di un’epoca senza festa (Tesi 154), una dimensione in cui lo spettacolo viene a porsi come falsa coscienza del tempo (Tesi 158).

Nel capitolo 7 Debord mostra come lo spazio divenga lo scenario del capitalismo e come la strutturazione del territorio, alterando in modo strumentale il rapporto tra città e campagna, miri a realizzare un maggior controllo delle persone e quindi il loro isolamento. Una rivoluzione che tenderebbe ad affermarsi nell’ambito dell’urbanismo viene individuata da Debord in un ritorno ai bisogni ed alle condizioni dei lavoratori fatte proprie dai Consigli.

Nel capitolo 8 il consumo spettacolare viene da Debord denunciato come consumo della cultura-merce anche nei suoi correlati sociologici di comodo. La cultura che viene ad affermarsi va negata unitamente al linguaggio che la veicola, mentre il plagio necessario e il détournement (rovesciamento e riappropriazione) vengono a costituire prospettive di recupero creativo del senso.

L’ultimo breve capitolo tratta in nove tesi del trionfo dell’ideologia (qui, come in tutta la Sds, il termine «ideologia» va inteso in senso strettamente marxiano) nella sua materializzazione che è lo spettacolo. La falsa coscienza, in tal modo, celebra il proprio trionfo che è il trionfo di una base materiale relativa ad una verità capovolta. La lotta è dunque per un’effettiva verità e per l’emancipazione da questa base materiale.

Il tragitto del détournement si conclude aprendosi ai primi tre capitoli che disegnano tesi il cui valore è continuamente avvalorato dal riscontro periodico con la realtà del capitalismo contemporaneo.

Le 72 tesi dei tre capitoli tracciano un percorso organico, partendo dal concetto di separazione - che riprende in una prospettiva innovativa sia il concetto di alienazione (sulla linea Hegel, Feuerbach, Marx) che il concetto di scissione (del Lukàcs della Teoria del romanzo, 1920) - per giungere al concetto di falsa unità che informa di sé tutta la realtà spettacolare. La separazione che si compie per Debord (con riferimento anche all’eccesso di metafisica lukacsiano) sembra portare a compimento quel processo di scissione tra il soggetto e se stesso originato dalla rottura dell’unità presente nel mondo greco e ormai in via di compimento nel capitalismo. La separazione è dunque tra il vissuto e la sua rappresentazione, ovvero la rappresentazione tende ad accumularsi e a predominare sul vissuto che nella società capitalistica viene sempre di più a marginalizzarsi e a diventare, nella sua verità, solo il momento di una rappresentazione totalizzante che sappiamo falsa.

Si tratta del dominio proprio di una società che è dello spettacolo, in cui più tende ad affermarsi l’apparire, più l’uomo è separato dalla vita. Lo spettacolo quindi si fa rapporto sociale e visualizza in modo totalizzante e pervasivo il suo essere capitale.

Sono presenti in questi assunti del primo capitolo rielaborazioni tratte dal giovane Marx, quando scrive dell’alienazione nella società borghese, mentre il secondo capitolo riprende il concetto di feticismo della merce sulla linea Marx-Lukàcs.

Debord afferma che il predominio dello spettacolo si attua attraverso l’occupazione della vita sociale da parte della merce. A ciò corrisponde la vittoria del valore di scambio sul valore d’uso in una società che sancisce la vittoria dell’economia autonoma.

Ma è nel rapporto tra economia e società che Debord individua una possibile forma di riscatto là dove, infine, l’economia finisce col dipendere pur sempre dalla società e dalla lotta di classe. Parafrasando Freud, Debord scrive che là dove c’era l’es economico deve venire l’io e afferma che il desiderio della coscienza e la coscienza del desiderio costituiscono un unico progetto mirante all’abolizione delle classi.

Questo passaggio, in genere abbastanza ignorato, rappresenta invece un punto importante dato che, malgrado l’avversione di Debord per le scienze umane in generale, esso rispecchia un nucleo critico importante della psicoanalisi di J. Lacan. Questi, mostrando come in effetti la spaltung, la scissione, sia costitutiva dell’essere umano e rappresenti il prezzo che questi deve pagare per accedere - ed essere riconosciuto - all/dall’ordine simbolico (Stadio dello specchio), indica come la colonizzazione del desiderio rappresenti la strategia principale del capitalismo nel suo stadio attuale.

Il terzo capitolo probabilmente è il più «francofortese». Nella sua unità fittizia, lo spettacolo maschera le contraddizioni e le lacerazioni della società e dei poteri che la dominano. La banalizzazione, la vedette specializzata nel vissuto apparante, le finte lotte spettacolari: tutto ciò rappresenta un «artificiale» che traduce nello spettacolare la falsificazione della vita sociale. Uno spettacolare che si presenta sullo scenario globale come concentrato o diffuso a seconda della miseria che smentisce o mantiene.

 

 

 

 

(1) G. Debord, In girum imus nocte et consimur igni, A Mondadori. Milano 1998, p. 50.

(2) M. Lowy, La stella del mattino, Massari Editore, Bolsena 2000, p. 82.

(3) P. Stanziale, Introduzione, a Guy-E. Debord, Raoul Vaneigem e altri

Situazionismo. Materiali per un economia politica dell’ immaginario,

Massari Editore. Bolsena 1998. p. 15.

(4) R. Silvestri. Geronimo ciberpunk in il Manifesto/Alias. 25 agosto2001.

 Ma anche Black Book. Cosa pensano le tute nere, Stampa Alternativa.

Viterbo 2001.

(5) G. Debord, In girum cit., p. 57.

(6) Ibid., p. 60.

(7) G. Agamben: «Il fatto più inquietante dei libri di Debord è la puntualità con

cui la storia sembra essersi impegnata a verificarne le analisi...,». «Glosse in

margine» ai Commentari alla Società dello spettacolo, Sugarco, Milano 1988.

(8) P. Stanziale, Introduzione a Situazionismo, cit., ma anche F. D’Agostini,

«Situazionismo, l’eroismo difettoso dell’ultima parola», in La Stampa del

29 aprile 1999, e Id.. Breve storia della filosofia del 900, Einaudi, Torino 1999,

p. 234.

(9) Ne parla R. Massari con esplicito riferimento a Debord. nella nuova edizione de Il terrorismo. Storia, concetti, metodi, Bolsena 2002, pp. 425 e 437-8.

(10) S. Amin, Il capitalismo del nuovo millennio, Ed. Punto rosso. Roma 2001 e N. Hertz, La conquista silenziosa, Carocci, Torino 2001.

(11) N. Klein, No logo, Baldini & Castoldi, Milano 2001, pp. 171 sgg.

(12) P. Stanziale, Introduzione a Situazionismo cit., pp. 45-46.

(13) M. Hardt - A. Negri, Impero, Rizzoli, Milano 2002. p. 179.

(14) F. Jameson, Il postmoderno o la logica culturale del tardo capitalismo,

Garzanti, Milano 1989. pp. 7 sgg.

(15) M. Hardt - A. Negri, op. cit., p. 180.

(16) P. Stanziale, Mappe dell’alienazione, Erre emme. Roma 1995. p. 166 e

Introduzione cit., p. 47.

(17) M. Hardt - A. Negri, op. cit., p. 179.

(18) lbid., p . 302.

(19) M. Horkheimer - T.W. Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, Einaudi,

Torino 1966, p. 127.

(20) H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967, pp. 257 sgg.

(21) J. Lacan, Radiofonia. Televisione, Einaudi, Torino 1982, p. 53.

(22) L. Savelli, Globalizzuzione e crisi della modernità, Massari Editore,

Bolsena 2001, p. 144.

(23) G. Debord, Commentari sulla società dello spettacolo, in appendice a La

Società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano 1997. p. 197.

(24) L. Savelli, op. cit.

(25) M. Foucault, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 119 sgg.

(26) M. Hardt - A. Negri, op. cit., p. 39.

(27) M. Foucault, La nascita della medicina sociale, in Archivio Foucault 2,

Feltrinelli, Milano 1997, pp. 221 sgg.

(28) A. Burgio, Il signore, il servo e la plebe, in Aa. Vv., Nuove servitù,

Manifestolibri, Roma 1994, p. 17.

(29) P. Stanziale, Introduzione a Situazionismo, cit., p. 47.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

R: VANEIGEM: DALLA SOGGETTIVITÀ RADICALE ALL’INTERNAZIONALE DEL GENERE UMANO

 

 

di  Pasquale Stanziale  (2004)

 

Apprendre à devenir humain est la seule radicalité.

R. Vaneigem

 

Il mondo è stato già filmato: si tratta di trasformarlo

G. E. Debord

 

1 Un tranquillo rivoluzionario in  campagna

 

Raoul Vaneigem è nato nel 1934 a Lessines in  Belgio. Figlio unico di un ferroviere socialista e anticlericale, della guerra  ricorda le esecuzioni dei partigiani ed i racconti del padre attivo nelle azioni di sabotaggio contro i nazisti.

Si iscrive al gruppo Faucons Rouges, un’organizzazione di giovani socialisti libertari e contesta in modo deciso il sindacalismo burocratico. Dal 1960 al 1961 partecipa alle lotte operaie ed agli scioperi nel Borinage.

Frequenta il Liceo e l’Université Libre de Bruxelles presso cui si laurea in filologia romanza.

Professore di scuola normale nella regione di Bruxelles  nel 1964 è sospeso dall’insegnamento perché ha un’avventura con una studentessa, ma successivamente viene reintegrato nell’insegnamento.

Nel 1960 incontra G. E. Debord mediante l’intervento di H. Lefebvre  a cui ha inviato i suoi scritti, diviene quindi membro dell’Internazionale Situazionista. Passa quindi a Nanterre dove contribuisce alla nascita, con D. Cohn-Bendit, del movimento degli enragés.

Nel 1967 invia il manoscritto del Trattato a Gallimard ma il manoscritto viene rifiutato malgrado l’intervento di R Quenau. Ma dopo i moti di Amsterdam  Gallimard decide di pubblicare il Trattato che  viene stampato ad intervalli regolari e in quattro anni supera le quarantamila copie vendute.

L’altro libro Avertissement aux écoliers  supera le ottatamila copie vendute.

Nel 1970 lascia l’Internazionale Situazionista. Debord e Vaneigem non si incontreranno più

Attualmente Vaneigem, che è padre di quattro figli, vive  in campagna  a Lessines ed è qui che scrive i suoi libri. Spesso si reca a Parigi.

Recentemente è sceso in strada con altre centomila persone ed ha salutato positivamente la spontanea mobilitazione morale rispetto all’affare Doutroux. 

La stampa lo descrive come

 

‹‹..gioviale e timido,  non ama parlare di sé e  rifiuta i dibattiti, le interviste e non firma appelli.[..] Quando non scrive passeggia, contempla il suo giardino e scambia i suoi libri con verdure e legumi.[..] I suoi classici preferiti sono Nietzsche, Marx, Shakespeare, Montagne, Fourier e Kafka.[..]Ascolta molta musica  di cui dice di non potere fare a meno ed è un amante del melodramma e di Schubert›› (1).

 

 

2 L’avventura situazionista come capitolo di una economia politica dell’immaginario

 

2.1 Una critica lucida e profetica del capitalismo,  per le sue alienazioni pervasive e totalizzanti, è stata sviluppata dai Situazionisti, un movimento nato negli anni ’50 da matrici lettriste e surrealiste, un movimento  che aveva tra i suoi obiettivi l’affermazione della soggettività, la costruzione di situazioni poetiche e  una rivoluzione della vita quotidiana secondo quanto aveva scritto H. Lefebvre nella sua Critique de la vie quotidienne (1966).

La creazione di un nuovo urbanismo e lo sviluppo di ricerche psicogeografiche basate sul rapporto tra ambienti e stati d’animo, ma soprattutto l’analisi della società dello spettacolo, sono pure  presenti nelle tesi situazioniste sulla rivista INTERNATIONALE SITUATIONNISTE. Questa rivista con la  veste grafica raffinata ed i suoi testi liberamente utilizzabili senza diritto d’autore, traccia una fenomenologia critica serrata dei costumi, dei rapporti sociali e  dei rapporti strutturali nelle società capitalistiche avanzate, il tutto come generatore di alienazioni e di negazione della soggettività. Il movimento situazionista si dissolveva  nel popolo dopo il maggio francese e le sue tesi  dopo rimozioni, translazioni strumentali e banalizzazioni sono state  dalla fine degli anni ’90  opportunamente richiamate (2) a vario titolo. Il Situazionismo era  una pratica teorica basata su  un alto livello di consapevolezza e di intuizione dei processi socio-politici in atto e dunque critica e progetto tendenti ad un cambiamento rivoluzionario degli assetti produttivi, del dominio tecnologico e della quotidianità.   Riteniamo che oggi, malgrado qualche opportuno riferimento  le tesi situazioniste debbano ancora trovare il pieno riscontro filosofico e sociologico che spetta loro, unitamente all’affermazione della loro attualità esplicativa  e profetica e ciò anche in relazione ai movimenti no-global  ed alle recenti derive autoritario-spettacolari dell’Impero globale come abbiamo mostrato altrove (3).

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2.2 Il retroterra filosofico dei situazionisti, in parallelo con le ascendenze lettriste e surrealiste, è abbastanza ampio ma con coordinate piuttosto precise. Nel contesto di una economia politica dell’immaginario il Situazionismo rappresenta una tappa obbligata e produttiva imprescindibile per ciò che riguarda la soggettività e il desiderio. Ciò nel momento in cui, a partire dalle analisi dei francofortesi, era avvertibile una translazione del conflitto marxiano dall’ambito materialistico storico a quello definibile come materialistico-immaginario.  Tra i poli  di riferimento di questa economia politica dell’immaginario poniamo Spinoza  e Hegel della Fenomenologia dello spirito nella lettura di  A. Kojéve,  Feuerbach dell’ultima parte dell’Essenza del cristianesimo e quindi gli scritti del giovane Marx  e il Freud del Disagio della civiltà. Ancora;  G. Lukàcs di Storia e coscienza di classe, le analisi di Sweezy, Abendroth, Korch, le fondamentali analisi di M. Horhheimer e T. W. Adorno, ma soprattutto H. Marcuse  con Eros e civiltà (1956) e con la  conferenza L’individuo nella grande società (1965) in cui vengono richiamate in modo articolato le tematiche dell’immaginario e della soggettività  creativa. Ma la Parigi degli anni ’60 vede pure l’affermazione contraddittoria del pianeta J. Lacan e dello Strutturalismo con la sua teoria delle alienazioni costitutive dell’essere ed in cui, oltre alla soluzione finale del concetto di soggetto, troviamo Capitalisme et Schizophrenie  (1972) di G. Deleuze e F. Guattari che prendono in esame specificatamente  il carattere produttivo del desiderio costituito per-sé dal soggetto e non rinviante ad alcuna mancanza o legge. Riprendendo Marx l’individuo per Deleuze e Guattari è plurale materialisticamente e storicamente, campo di flussi e di desideri.

I Situazionisti G. E. Debord e R. Vaneigem con La società dello spettacolo (1967) e il Trattato del saper vivere ad uso delle giovani generazioni (1967) e con altre tesi pubblicate sull’ Internazionale Situazionista da Khayati, Frei, Viénet ed altri,  annodano in modo incomparabile il filo rosso dell’economia politica dell’immaginario fornendo anche oggi importanti parametri di lettura della società complessa e dello spettacolo integrato e costituendo un retroterra abbastanza produttivo per comprendere le strategie imperiali nell’artificio generalizzato della nuova società civile quale si sta delineando in questi primi  anni del terzo millennio.

 

 

3 Per una  antropologia del desiderio

 

3.1 Raoul Vaneigem è un polo fondamentale del pensiero libertario della seconda metà del900. Intellettuale di punta del movimento situazionista, con il suo Traité ha delineato una fenomenologia della soggettività negata a cui viene a proporre, in opposizione, un rovesciamento di prospettiva storico-sociale centrato proprio su una soggettività radicale. Ciò nel momento in cui il capitalismo stava procedendo a cambiamenti radicali basati su nuovi modi di produzione e su una articolata strategia di dominio e di separazione progressivamente verso una liquidazione definitiva del concetto di soggetto e ciò anche attraverso un’acquisizione strumentale dello strutturalismo. Dalla dissolvenza del soggetto strutturalista- con cui i situazionisti dichiaratamente non hanno mai voluto avere commistioni- Vaneigem invece estrapola il vettore del desiderio inteso come energia  vitale portante del soggetto, desiderio senza fine, desiderio però  segnato dal ruolo e dalle forme di esistenza che, nell’epoca contemporanea, hanno ridotto le soggettività ad una  sopravvivenza generalmente accettata e condivisa. Una sopravvivenza in cui  la colonizzazione dell’immaginario si coniuga sempre di più con una saturazione strumentale delle dinamiche desideranti soggettive in un generale  e diffuso spazio di decomposizione. Da qui ancora la necessità di un rovesciamento di prospettiva, l’urgenza di lavorare alla costruzione di situazioni, a seguire le derive del desiderio, a détourner (4) quanti più aspetti istituzionalizzati della realtà possibile, a recuperare infine una quotidianità  in cui il soggetto desiderante possa realizzarsi autenticamente nella creatività, nel piacere e nell’amore, di là dai condizionamenti di un ipertrofico ordine simbolico. La banalizzazione e l’impoverimento della vita quotidiana, riscattate nel rovesciamento di prospettiva di Vaneigem, quindi vanno a costituire un’area di investimento politico (5) e nel vissuto individuale va compreso il valore sovversivo dei sentimenti.

 

Tutte le opere successive di Vaneigem (6), in sostanza, riprendono la tematica del Traité ma scavando nella realtà contemporanea e puntando a strutturare una antropologia libertaria sempre più completa al cui centro troviamo  l’ineludibile soggettività radicale posta continuamente in pericolo dalla serie storica delle sue alienazioni che vanno dalla religione  alla minaccia ambientale ecc.. (7)

 

Si può tranquillamente affermare, infine, che in qualunque epoca venga  ristampato, il Traité rimane uno scossone, un urlo, un richiamo a cambiare prospettiva, a ri-vedere le cose, il mondo e noi stessi ed a fare il bilancio rispetto a ciò che rimane della soggettività come desiderio, come piacere, come relazione  solidale. Del resto, come per la Società dello spettacolo il Trattato rappresenta uno spazio analitico a cui, col tempo, nessuno sfuggirà secondo la profetica asserzione di Vaneigem.

 

3.2 Il Trattato di Vaneigem è anzitutto un trattato sia per l’impostazione che per l’articolazione e la sistematicità del percorso. Esso è rivolto alle giovani generazioni perché queste possano divenire consapevoli dei condizionamenti, delle strumentalizzazioni e delle banalizzazioni della soggettività in atto nel nostro tempo. Una condizione diffusa che condanna, come abbiamo visto, alla  sopravvivenza, ad una forma di morte anticipata ed accettata nelle forme di esistenza attuali. Al contrario, cambiando prospettiva, è possibile costruire una vita autentica ed appassionante.   Saper vivere, quindi, affermando la soggettività come creatività, passione e desiderio.

Il Trattato di Vaneigem, pubblicato in Italia nel 1973  è diviso in due parti (La prospettiva del potere e II rovesciamento di prospettiva) e venticinque capitoli. Il libro parte dal presupposto che il mondo è da rifare, nel senso che deve divenire ciò che realmente è, superando manipolazioni e banalizzazioni. Non può es­sere accettato un mondo in cui «la garanzia di non morire di fame si scambia contro il rischio di morire di noia» . E' necessario rilevare le negatività dell'esistente e mo­strarne il reale e possibile rovesciamento di prospettive e questo itinerario dialettico del Trattato è realizzato con dovizia di articolazioni. Vaneigem poi passa a mostrare come il potere si traduce in una  somma di costrizioni: l'umilia­zione degli scambi, la sofferenza dell'alienazione sociale suc­ceduta a quella naturale, l'orizzonte della morte, l'alienazione produttiva al posto della passione creativa, l'organizzazione dei tempi che satura la vita degli individui. In questo universo la comunicazione è impossibile e il potere si afferma co­me mediazione universale. Al contrario la disalienazione deve disfare la storia realizzando nuovi modi di vita. Vaneigem denuncia lo scambio generalizzato, la quotidianità si parcellizza in relazione ai gadget di consumo e a realtà diviene schiava della metafisica. Alla teologia si è so­stituita l'astrazione pianificata dal potere. I metafisici hanno organizzato il mondo, si tratta, quindi,  di trasformarlo contro di loro. È necessario così  attivare la capacità trasformatrice della teoria radicale nelle mas­se, teoria radicale è la verità del linguaggio, l'ideologia ne è la menzogna. La lotta per il linguaggio diviene la lotta per la li­bertà e per la vita.

Vaneigem considera il potere come potere di seduzione che tende a condizionare le forme d’esistenza e la quotidianità, ma esistono dei segni di rivoluzione nella vita quotidiana: il rifiuto del sacrificio e del­lo scambio, la costruzione di situazioni vissute, agire come se non ci dovesse essere futuro. Il piacere radicale, soggettivo per-sé-e-per-tutti..Questo perché il progetto della libertà personale è stato pervertito dal li­beralismo, il progetto della libertà collettiva è stato perverti­to dal socialismo e il progetto di ritrovamento della natura è stato pervertito dal fascismo. Contro l'uomo del risentimento Vaneigem afferma il nichilismo attivo come coscienza della de­gradazione e denuncia delle cause. Il nichilismo attivo è pre­rivoluzionario.

Nelle nostre società Vaneigem individua l'apparenza come  organizzazione  e protezione, essa è mito e spettaco­lo; i ruoli assunti nel vissuto sono incrostazioni di alienazio­ne. Il ruolo è ciò che chiude  l’orizzonte delle forme d’esistenza e  l'identificazione è quantitativa­mente necessaria al potere; laddove vi sono incidenti di identificazione  questi rientrano nella categoria della malattia mentale. La necessità, dunque,  di rifiutare il ruolo, vivere intensamente è détourner lo spazio­tempo individuale perché l'alienazione nel ruolo si fa  sublimazione permanente. La fine dei ruoli porta al  trionfo della soggettività conseguentemente biso­gna détourner il tempo a favore dello spazio del vissuto. Bi­sogna ri-orientare la storia a fini soggettivi.

Per quanto riguarda il problema del tempo Vaneigem ritiene che l'età è un ruolo. Il tempo che passa riempie lo spazio la­sciato vuoto dall'assenza dell'io. Quello che conta, così, è il  pre­sente e il futuro è da costruire.

È facile verificare, nota Vaneigem che nelle nostre società la sopravvivenza è la vita ridotta al consumabile, essa tende a riempire la vita in cure infinite e la carenza di vita ap­pare come carenza di consumo.

Rovesciare la prospettiva significa per Vaneigem sostituire la conoscen­za con la prassi, l'esperienza con la libertà, la mediazione con il volere l'immediato. Significa affermare uno spazio inter-soggettivo basato su tre poli: la partecipazione, la comunica­zione, la realizzazione. La passione di creare fonda il progetto di realizzazione. La passione di amare fonda il progetto di comunicazione. La passione di giocare fonda il progetto di partecipazio­ne. Il soggetto in tale ambito è sempre creativo. La creazione spontanea è qualità. La poesia organizza la spontaneità creativa ed  è complementare alla teoria radicale.

L’amore e la passione sono, per il filosofo belga, gli elementi fondanti di una soggettività autenticamente esplicata. L'amore offre il modello puro della comunicazione au­tentica ed  appartiene al qualitativo. L'amore attraverso la spettacolarità diviene un rapporto rei­ficato mentre  l'erotico è il piacere che cerca la sua coerenza.  Di contro la noia è sempre controrivoluzionaria.

La passione del gioco nasce dalla crisi della spettacolari­tà. In tal caso la partecipazione si fa reale e viene rifiutata ogni gerarchia, ogni sacrificio ed ogni ruolo nella prospettiva di una libertà di realizzazione autentica e di  una trasparenza dei rapporti sociali.

Il détourmement e la deriva (8), come rimessa in gioco globale, sono manife­stazione di creatività. Esse servono a costruire  un nuovo ordi­ne significante dopo la svalutazione di quello precedente. Dove c'è decomposizione là vi sono le condizioni del détournement.

La soggettività infine ha, per Vaneigem, un luogo incolto: l'intermondo. Si tratta di una terra di nessuno tra lo spettacolare e l'insurrezionale. Attra­verso una nuova innocenza l'intermondo può cambiare le cose in una rivoluzione della vita quotidiana, verso l'edificazio­ne di una società parallela.

 

 

 

 

 

 

 

 

(1)  Antoine de Gaudemar, Libération, 12 novembre 1996.

(2)  F. D’Agostini, Breve storia della Filosofia del Novecento, Einaudi, Torino 1999

pag. 234.

(3) P. Stanziale, Introduzione a La società dello spettacolo, Massari Editore, Bolsena 2002.

Introduzione e cura di R. Vaneigem, Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni, Massari Editore, Bolsena 2004.

(4) M. Hardt - A Negri, Impero, RCS libri, Milano 2001.

(5) Détournement – détourner: termini   tradotti tradizionalmente come piazzamento e spiazzare hanno qui un significato più ampio perché rimandano ad un uso diverso, creativo ed appassionante di ciò che è tradizionale, normale, istituzionale e borghese, ovvero cambiare senso a ciò che serve al potere (Cap. XXIII).

(6) P. Stanziale, Mappe dell’alienazione, Erre Emme, Roma 1995 pag. 143.

(7) R. Vaneigem,  Per un’Internazionale del genere umano, Le Cherche Midi, Paris 1999 –

Dichiarazione   dei diritti dell’essere umano, Le Cherche Midi, Paris 2001 – Per l’abolizione della società mercantile. Per una società vivente, Payot, Paris 2002.

(8) Deriva, termine che indica anzitutto un rapporto tra ambienti e stati d’animo (psicogeografia), poi il passaggio veloce tra vari ambienti e le rappresentazioni degli spazi urbani da parte degli abitanti . Cfr. G. E. Debord, Teoria della deriva, IS 2/1958 in Situazionismo, a cura di P. Stanziale, Massari Editore, Bolsena 1998.