Il
Rito, la Morte e il Tempo
(C)
by Pasquale Stanziale 2002
I- La complessa significanza della Settimana Santa a Sessa Aurunca in provincia di Caserta
II- Il rito, la
morte e il tempo
LA
COMPLESSA "SIGNIFICANZA " DELLA SETTIMANA SANTA A SESSA AURUNCA
IN PROVINCIA DI CASERTA
( Da Il Mensile suessano 163
luglio-agosto 1998)
1
Vi è ormai una certa mole di scritti- su quelli che Toschi,
nel suo fondamentale libro sulle origini del teatro italiano (Boringhieri, Milano 1955), chiama riti-spettacolo- riguardo
la Settimana Santa di Sessa Aurunca. Nel leggere questi scritti si nota spesso un
accavallarsi ed un confondersi dei
livelli disciplinari. Vengono in modo eterogeneo usati concetti
antropologici, sociologici e storici realizzando ambiti divulgativi che, pur se
suggestivi, ad una lettura più avvertita risultano non
corretti e disarticolati dal punto di vista epistemologico e delle pertinenze
disciplinari. L'utilizzo di una trasversalità analitica è giustificato solo nell'ambito
di una antropologia generale sussuntiva.
Il problema è che andrebbero distinti sia i
livelli di analisi nonché gli ambiti
descrittivi da quelli ipoteticamente interpretativi.
2
I modelli sociologici
di comunità e società (Gemeinschaft e Gesellschaft) di Tönnies sono stati variamente usati da chi
scrive e dalla De
Filippo per analisi relative alla nostra zona. In
effetti questi modelli, pur se considerati criticamente da alcuni
sociologi, ben si prestano a definire ambiti differenziali e mutamenti sociali
della società locale e presentano anche rimandi di tipo antropologico
interessanti. Per la società locale
abbiamo scritto, oltre venti anni fa,
che ciò che la caratterizzava era un modello culturale basato sulla coesistenza tra elementi comunitari ed
elementi societari, coesistenza, spesso contraddittoria e frenante in una
prospettiva di emancipazione sociale. Ripromettendoci
di verificare, nell'attualità, questa analisi, ci
sembra che nella Settimana Santa a Sessa
sia individuabile un significativo ritorno ad un ambito di comunità. In
questa settimana il tessuto
sociale locale si ritrova stretto
intorno ad una tradizione in cui si
riconosce in modo profondamente emozionale. È una ritrovata dimensione
comunitaria che riguarda il vissuto individuale e che in questa dimensione
tende a riprendere i rapporti sociali comunitari di là da ogni ruolo sociale
normale quotidiano. Si tratta, in effetti, il recupero di una certa identità
sociale la quale viene a delinearsi come modalità di
esercizio della fede e pertiene alla memoria storica
della comunità. Valori abbastanza
radicati quindi, dai quali non si può assolutamente prescindere in qualunque
tipo di analisi sociale, valori che si presentano
in modo sempre più condiviso quanto
maggiore è quella che in sociologia si chiama insicurezza ontologica.
Ciò che va invece sottolineato ed
affermato con forza è che tutto ciò costituisce solo un aspetto della identità
sociale. Il voler assolutizzare questo
aspetto può essere fuorviante e pericolosamente regressivo. L'identità
sociale, infatti, è un concetto più ampio e dinamico. Questa identità si
costruisce anzitutto accettando le sfide che emergono dai bisogni sociali e dal
mutamento delle condizioni economico-produttive e attraverso una
elaborazione culturale consapevole.
3
Scarso rilievo è stato dato alla collocazione
temporale della Settimana Santa in relazione al sincretismo religioso: ciò che
in ambito antropologico è certamente significativo e si presta a
valutazioni ed interpretazioni non
secondarie.
La Settimana Santa in generale si colloca, con i suoi
riti-spettacolo, in un ambito temporale originariamente pertinente alla fine ed
all'inizio di un ciclo agrario, periodo
ricco di rituali e di feste
propri delle culture rurali pre-cristiane quali quelle della nostra zona. Tutti questi rituali e queste feste hanno come costanti
coppie oppositive quali: inverno e
primavera, morte e nascita, vecchio e nuovo, le tenebre e la luce, fame e sazietà, povertà e ricchezza, il basso
ventre e la testa ecc.. La festa per eccellenza era il Carnevale con il suo
universo simbolico comprendente anche il gioco, la maschera ecc. Tutto ciò è
ben rilevabile dagli studi di J. Frazer in poi, fino a M. Bachtin e altri, studi teorici e di verifica sul campo.
Il sincretismo religioso riguarda l'inglobamento di elementi di questa originaria cultura nell'ambito delle
feste, dei riti-spettacolo e delle varie celebrazioni. Questo
perché gli elementi culturali pre-cristiani, come il
Carnevale, rispondevano a precisi ed ineliminabili bisogni dello spirito umano,
come del resto mostra Claude Lèvi-Strauss
che giunge a parlare, in tal senso, di
una psico-logica strutturale. La Chiesa stessa riconosce il sincretismo e, nell'epoca
contemporanea, invita a distinguere ciò che è documento antropologico da ciò
che è autentico e consapevole esercizio di fede. Nelle epoche precedenti la
Chiesa non potendo eliminare l'elemento magico-rituale
lo ha inglobato, in qualche modo, in effetti
neutralizzandolo.
Da qui la necessità di individuare nei riti spettacolo
quegli elementi che rimandano a stratificazioni culturali, a persistenze e
a modalità di
appropriazione simboliche nell'ambito dei riti-spettacolo.
Nella
studio della Settimana
Santa un'analisi esauriente e dettagliata
delle stratificazioni culturali non è
stata ancora prodotta. Per nostra parte possiamo accennare ad alcuni aspetti
che riteniamo importanti.
Anzitutto l'elemento festivo, il cibo e il fuoco ci sembrano elementi pertinenti al sincretismo religioso e ciò
collega, in qualche modo, la festa di S.
Giuseppe di Cascano, la tradizione dei falò, in questo
periodo, presente in altre borgate e la processione del Venerdì Santo.
Non è poi casuale che ci sia una continuità temporale tra
la Settimana Santa e la festa del Santo protettore (Madonna del Popolo) come non è casuale la continuità tra gli
eventi della sera del 18 marzo e la festa di S. Giuseppe a Cascano.
In questa continuità sono presenti sia forme di sincretismo che l'accorpamento degli eventi festivi-celebrativi nel calendario festivo religioso, a suo tempo
posto in atto dalla Chiesa. Ovvero la scansione delle
coppie penitenza/festa o festività-precristiana/festa
cristiana.
L'elemento festivo riguarda aspetti ....collaterali
dei riti-spettacolo della Settimana Santa, aspetti comunitari o anche
trasgressivi secondo le modalità
dell'appropriazione del simbolo: un meccanismo di cui parleremo in seguito.
Per quanto riguarda la sera del 18 marzo a
Cascano ribadiamo la nostra convinzione che gli elementi in gioco sono relativi
all'originario universo festivo rurale di marca carnevalesca. Non bisogna
dimenticare che ogni segno, nelle sue significazioni storiche va considerato
anzitutto per il suo originario carattere strutturale (necessità) e poi per le significazioni successive in cui viene a calarsi. Così ciò che prima era
accesso al cibo carnevalesco può venire ad assumere
poi altre significazioni in un contesto culturale diverso (sincretismo
religioso).
In ogni caso il fuoco, elemento presente nell'arco degli
eventi di cui si è parlato in precedenza (Cascano, altre borgate, Venerdì Santo
sessano) sicuramente
è derivante dalle feste del fuoco di cui parla, originariamente, Frazer (l'albero in fiamme che diviene falò carnevalesco-
poi il fuoco ritualmente purificatore), eventi
festivi dell'originaria cultura rurale, presenti in gran parte del territorio
europeo. Qui la simbologia è abbastanza traducibile nell'ambito delle coppie
oppositive di cui si è parlato in precedenza.
Va anche valutato il valore scenografico dei falò
nell'ambito urbano unitamente alla
musica e all'andamento processionale nel Venerdì Santo a Sessa nel ricreare, come
sempre, quell'atmosfera mistica altamente
coinvolgente che spiega l'attaccamento dei sessani a
questo rito-spettacolo. In tale ambito particolarmente suggestivo
risulta essere il passaggio della processione nell'area di Piazza Mercato. In
concomitanza con questo passaggio vengono accesi falò
sempre più consistenti con fiamme altissime.
Per concludere questa parte vorrei
dire che mi rendo conto che è difficile per una certa tradizione di pensiero
accettare il sincretismo per la convivenza di elementi pre-cristiani
con quelli cristiani, ma ciò non può essere eluso in una prospettiva di lettura
analitica dei riti-spettacolo i quali restano pur sempre una notevolissima
testimonianza culturale implicando un vissuto
importante nell'esercizio della fede.
4
Emilio Galletta ritiene che un aspetto non
completamente studiato rispetto alla Settimana Santa sessana sia
quello psicologico. Qualcosa, su tale
aspetto, affiora dal contesto degli studi disponibili
ma non in modo organico e articolato. In effetti le modalità di
rappresentazione del sacro e le motivazioni relative alle manifestazioni della
fede nella società locale sono ben un argomento da tesi
di laurea o di una ricerca che andrebbe realizzata attraverso una seria ricerca
sul campo utilizzando gli opportuni strumenti delle scienze umane.
5
Nell'ambito dei riti-spettacolo della Settimana Santa a
Sessa un momento certamente degno di rilievo
è quello relativo all'incontro tra i Misteri di
S. Carlo e quelli dell'Addolorata nella processione del Sabato mattina. Alle
8,30, all'imbocco di via Roma, nella parte bassa di
Corso Lucilio vi è la confluenza dei gruppi processionali
relativi a due gruppi statuari (Misteri). Questa confluenza procede in modo
lento per il tipico andamento ondeggiante (cunnulella,
il termine non è casuale) e si sviluppa sulle note di un pezzo musicale di fine
'800 del maestro Vella, Una lacrima sulla tomba di
mia madre. I due gruppi statuari sembrano affrontarsi in una specie di danza
mistica. Il momento è particolarmente coinvolgente dal punto di
vista spettacolare ed emotivo.
Per alcuni attimi il tempo sembra fermarsi per
lasciare al rito-spettacolo tutta la pienezza
della sua carica emozionale ed ha certo ragione il Toschi a parlare, in tali
casi, di catarsi. È questa una circostanza in cui le modalità
di vivere e di manifestare la fede si presentano con una intensità paragonabile
probabilmente solo con la celebrazione
dell' Ufficio delle tenebre, un rito-spettacolo evocativo che viene celebrato
nella Chiesa di S. Francesco il Mercoledì.
6
E
a proposito dell'Ufficio delle tenebre va rilevata una certa analogia tra
questo rito-spettacolo e un altro rito-spettacolo citato variamente dagli
studiosi di questi argomenti. Si tratta di un sermone semidrammatico che si
tiene il Giovedì Santo a Lioni in provincia di Avellino. In questo sermone- che è certamente meno
complesso ritualmente e simbolicamente di quello di
Sessa- l'oratore, a un certo punto, parla della terra che si oscurò e tremò, così la
luce si spegne e si sente un forte rumore, come nell'Ufficio delle tenebre.
7
Se la presenza maschile è evidentemente prevalente nei
riti- spettacolo della Settimana Santa la presenza femminile
è preminente nell'ambito penitenziale come modo di vivere e manifestare la
fede. Le donne alluttate con i grossi ceri, scalze,
nella processione del Sabato mattina, sono legate, in gran parte, all'esercizio
del voto- che non vede differenze di classe- in una ambito
in cui la speranza, il vissuto e una specie di rispondenza sacrificale-contrattuale
caratterizzano questo tipo di religiosità.
8
Considerazioni varie possono essere fatte sulla veste confraternitale. Va rilevata la fondamentale funzione disidentificante- sacrificio a vantaggio di un servizio
anonimo- originaria di tale veste. Va altresì rilevato il
fatto che tale veste, tradizionalmente, non sembra adempiere più a
questa sua funzione originaria per assumere, sempre di più, una funzione
ostentativa nel non uso del cappuccio o
nella sua eliminazione nei riti-spettacolo. Del resto, per quanto riguarda gli
analoghi riti-spettacolo spagnoli, ci è sembrato di constatare che tale problema non sussiste.
9
Le valutazioni sulla veste confraternitale
si connettono con un concetto, che a nostro avviso, è importante per tutta una serie di spunti analitici che
gli conseguono: la modalità di appropriazione del
simbolo. Si tratta di esaminare le rappresentazioni
a livello psicologico che si vengono a stabilire tra i fedeli e le simbologia presente nei riti spettacolo della Settimana
Santa. Questa è certamente una ipotesi di studio che
richiederebbe una articolazione sperimentale ed anche una ricerca storica
pertinente all'immaginario religioso. Per quanto ci riguarda vogliamo
richiamare l'attenzione su qualche
situazione che ci sembra particolarmente interessante, ovvero il
rapporto tra il Fratello e il Mistero. Ci sembra che ci si possa richiamare a quanto
la letteratura psicosociologico-religiosa riporta su
temi analoghi quando si parla di condivisione del pathos. Il
Fratello che porta il Mistero è certamente preso, coinvolto in modo, dunque,
simpatetico. Il suo rapporto col Mistero, o col Santo che porta sulle spalla, in senso generale, è un rapporto emotivo
legato al significato simbolico del
Mistero che viene vissuto come marcatura fisica (sacri-ficio) ma anche
come privilegio personale e/o di gruppo (confraternitale).
Vengono a delinearsi quindi varie componenti
psicologiche ma, mi sembra, che centrale sia quella in cui viene ad emergere,
in qualche modo, una specie di pietas, uno stato che ben porta a comprendere
come il Fratello culli il Mistero nell'andamento processionale
o, come questo andamento, nel clima che viene a crearsi possa confermare
l'ipotesi di una danza mistica. Certamente è pensabile che la cunnulella, di cui
si parlava nella nota
5, possa connettersi con queste
riflessioni. A tale proposito va
rilevato che quasi tutti gli studiosi sono d'accorso sul fatto che
caratteristica del corteo processionale antico fossero la musica e la danza. Si parla di legami stretti tra
danza e processione e tra danza e forme drammatiche. La danza, come scrive Toschi, era presente
nei riti-spettacolo del cristianesimo delle origini e nelle chiese antiche e si svolgeva nella
parte sopraelevata dell'altare. Successivamente con il
corteo processionale, che traccia un percorso
benedetto, all'esterno della chiesa, la
danza permane come parte della celebrazione. Successivamente
la danza viene decisamente avversata dalla chiesa e cancellata dai
riti-spettacolo. Ma il Toschi stesso descrive varie
riti-spettacolo processionali in cui sono opportunamente integrati spazi di
danza a conclusione delle celebrazioni,
ciò ad indicarne, in qualche modo la persistenza. Anche in tal caso si può
parlare di appropriazione del simbolo secondo
modalità che costituiscono un ambito di
esercizio della fede storicamente determinato.
10
L'appropriazione del simbolo da parte dei fedeli comporta
storicamente vari problemi che riguardano più che un rapporto tra poteri un rapporto tra culture, ovvero tra una cultura, che
tende ad adattare ai propri ambiti di vissuto individuale e/o di gruppo gli
elementi simbolico-liturgici e una cultura che tende
a salvaguardare l'azione liturgica di là dalle secolarizzazioni contingenti.
Tale rapporto talvolta va a configurarsi in modo conflittuale. Possiamo dire,
in ogni caso, che istituzionalmente l'azione liturgica si presenta con i
caratteri dell'essere pubblica e ufficiale, essa è presieduta da un ministro
della Chiesa, cui spetta la funzione di iniziativa relativamente alla partecipazione dei fedeli
all'azione liturgica nei riti-spettacolo, ma
cui spetta, altresì, la necessaria osservanza della tradizione. È quindi nella tradizione
che va considerata l'appropriazione del simbolo: ciò che costituisce un aspetto
importante relativamente all'ambito del sincretismo.
11
Ora che si stanno opportunamente studiando, in modo comparativo,
i riti-spettacolo sessani e quelli spagnoli, sarà certamente possibile arrivare
a delineare in modo articolato differenze e influenze
culturali. Influenze: ovvero esame delle modalità dei
rapporti tra religiosità e cultura dei poteri spagnoli nell'ambito della Chiesa
locale; differenziazioni: per ciò che ha
ipotizzato Pietro Perrotta in una recente discussione, per cui, rispetto
al ricco décor barocco dei riti-spettacolo spagnoli,
si rileva l'essenzialità di quelli sessani. Questo per motivi economici e per la non vicinanza con Roma delle
città spagnole luogo dei riti-spettacolo. Io insisterei su questo secondo punto, per
ciò che riguarda una maggiore osservanza e marcatura controriformistica
della chiesa locale: una ipotesi che andrebbe opportunamente
verificata. Ciò anche in relazione al fatto che dall'
800 d. C. fino al Concilio di Trento si è sviluppato il
teatro religioso in tutta la penisola, fenomeno culturale cui, pare, non fosse
estranea anche Sessa. Successivamente, con la
Controriforma, sono state eliminate le teatralizzazioni
nell'ambito dei riti-spettacolo con una maggiore marcatura della simbologia
penitenziale.
12
Pertinente a queste note, ma solo per ciò che riguarda
specificamente il sincretismo e per ciò che riguarda le modalità
di esercizio della fede nell'ambito della storia religiosa locale, c'è un
evento riportato da Nicola Borrelli nel suo libro sulle tradizioni aurunche e già pubblicato in una rivista nel 1923.
Si tratta di un rito
dal Borrelli definito magico-religioso cui si ricorreva in occasione di siccità
prolungata, nella frazione Piedimonte di Sessa. Dopo la novena e le preghiere a S. Erasmo, in
assenza di pioggia, i capi del paese
chiedevano al parroco di far uscire la Croce. Questi, dopo qualche resistenza, acconsentiva che avesse luogo il rito
penitenziale. Al suono della campana il
popolo si adunava nella piazza del paese e quindi il parroco guidava la
processione verso il rivolo, una processione che comprendeva giovani e vecchi
coronati di spine, portatori di pesanti sassi, di pesanti croci, di pesanti
catene. Alcuni camminavano a piedi nudi, altri si
flagellavano. Tutti recitavano il Mea culpa o intonavano l' Evviva la croce. La processione raggiungeva il rivolo e
il parroco immergeva la base della Croce nell'acqua tra le preghiere della
gente. Borrelli scrive che tale rito risale al XV° secolo ed è simile ad altri riscontrabili in altre
civiltà con poche variazioni.
Un primo elemento significativo
nella descrizione del Borrelli è la marcatura di classe per cui è attraverso
la mediazione del potere egemone dei capi del paese che si realizzava il rito.
Ovvero è sul rapporto tra detentori dei poteri (capi del paese - parroco) che
si giocava l'evento penitenziale, ma in
cui l'esercizio della penitenza riguardava
il popolo non certo i maggiorenti del villaggio, come li definiva il Borrelli, pur essendo generale l'interesse per cui ci si rivolge
alla divinità.
Borrelli stesso sottolinea l'evidente
sincretismo presente in tale rito quando
scrive un poco riduttivamente: ... Il tradizionale rito aurunco,
dunque, riposa su un remotissimo diffuso concetto magico mimetico, di poi
inseritosi, come tanti altri, nel rituale della Chiesa, o meglio, di antiche
chiesuole rurali.
Per quanto riguarda il concetto magico-mimetico di
cui parla Borrelli,
esso può essere formulato strutturalmente come evento giocato su simbolismi
articolati in un sistema significativo:
(indifferenza)- (cerchio collettivo simpatetico)
(sacrificio)-(grazia)
(negatività)- (simbolo-Croce-attrattore
di bene)
(acqua in basso)- (acqua in alto)
13
La nota precedente ci richiama ad una ipotesi
di studio che, in senso generale, può essere abbastanza produttiva: la
rilettura di testi "classici" attraverso l'ottica delle scienze umane
contemporanee. Lo stesso Borrelli si presta bene per
tale approccio, allo stesso modo lo scrittore sessano
Pasquale De Luca e la rilevante opera di Giuseppe Tommasino. Ovvero di là dalle
letture storiche e letterarie l'universo di questi lavori può ben rivelarsi una
fonte di informazioni nuova nella prospettiva
suddetta. Penso, ad esempio, al quadro sociale della società sessana che può emergere dai Racconti silvani di De Luca
del 1888. Allo stesso modo il libro di Toschi più che uno studio sulle origini
del teatro italiano- nel 1955 le scienze umane ancora non erano
emerse con le loro metodologie di ricerca- rappresenta certamente un
rilevante insieme di fonti.
14
Un orizzonte che andrebbe opportunamente esplorato in modo definitivo è quello
dei rapporti tra Montecassino e la Chiesa sessana.
Non va dimenticato che il più importante "monumento" del teatro
religioso del medioevo è la Passione cassinese
scoperta negli anni '20 da Inguanez (al cui ritrovamento era presente il
compianto Gabriele Inglese di Ausonia, questi ci
procurò una copia della suddetta Passione che abbiamo provveduto a far tradurre
ad Anna Casella- e che andrebbe opportunamente pubblicata). Questa Passione è
notevole anzitutto come sceneggiatura, poi come rimando ad una
impegnativa macchina teatrale che veniva messa in opera dai monaci
stessi e, infine perché presenta il Pianto della Madonna in volgare. Ciò che
sta ad indicare il fatto che la partecipazione del
popolo alla drammatizzazione avveniva in quest'ultima
parte.
Ecco, questo passaggio è importante per delineare
delle ipotesi. C'è stato un momento in
cui parte del rito-spettacolo è passato dall'ambito clericale-nobiliare,
all'ambito popolare, con tutte le appropriazioni e le modificazioni
linguistiche conseguenti. È ipotizzabile
che anche il canto lirico seguisse questo
schema come anche il canto del Te Deum che chiudeva molti uffici drammatici. Queste riflessioni
potrebbero riguardare anche il Miserere del Venerdì Santo sessano
al cui proposito De Luca nei suoi
Ricordi di Pasque lontane (Riv. Campana 1921- citato
dal Borrelli in Tradizioni aurunche)
parla anche di libri pieni di scoli di cera su cui
guardano i tre cantanti: un particolare che oggi è cambiato dato i tre
confratelli cantano il Miserere (v. 50 Davide) senza leggere per una pratica di gruppo sviluppatasi per decenni e di
cui sono tradizionalmente depositari. Anche in questo caso sarebbe valida l'idea
per cui l'evento celebrativo attuale viene ad essere,
per vari aspetti, il risultato dell'appropriazione dell'elemento liturgico da
parte laica secondo modalità storicamente determinate di espressione della fede
nei riti-spettacolo.
15
Un altro aspetto, relativo alle celebrazioni della
Settimana Santa sessana, che pure andrebbe esaminato
è quello che riguarda il rito-spettacolo come alienazione necessitante nella prospettiva di una risposta all'insicurezza ontologica
cui abbiamo accennato in precedenza. Ma qui ci muoviamo in un'area compresa tra
psicoanalisi, filosofia e sociologia, diversa da quella relativa
al punto 2, e che comporterebbe una trattazione a parte.
Si può accennare al
fatto che parte della società locale, nella più ampia crisi dell'identità,
degli spiazzamenti comunicativi e della crisi di
valori : ovvero tutto ciò che converge nella domanda
ontologica (senso dell'essere), trova in
un segmento spazio-temporale tradizionale-religioso una rispondenza identificatoria e valoriale. Tale fatto partecipa alla
costruzione di un vissuto di cui andrebbero esaminate le rappresentazioni individuali del sacro al fine di
definire la religiosità locale nelle sue
eventuali specificità. Queste rappresentazioni individuali potrebbero
presentare quadri- ipotetici- con contenuti psicologici oscillanti da una consapevole religiosità moderna a
forme di alienazione sostanzialmente emotive ecc.- ma
questa è un'altra storia da verificare.
Pasquale Stanziale
Officine Kulturali Aurunke
Giugno 1998
Il rito, la morte e il tempo
1
La Settimana Santa a Sessa Aurunca
si presenta come un insieme complesso di rituali che non escludono l'aspetto sincretico il quale emerge principalmente riguardo
all'ambito festivo agrario originario con riferimento al fuoco, alla scansione
temporale, allo spazio festivo stesso.
2
I rituali, nella loro sequenza temporale, vengono a delinearsi come un vero e proprio "sistema" ,
ovvero un percorso o sequenza che
interessa quasi tutto lo spazio urbano, polarizzandosi nelle chiese,
culminando nella processione del venerdì
ed in quella del Sabato mattina, che non ne è un
prolungamento, ma che acquista una propria specificità con la confluenza dei
"misteri" e con la distribuzione della ruta dei ceri benedetti. La processione
della Madonna del Popolo, poi, si presenta ancora distinta rispetto alla Settimana Santa
con la sua caratterizzazione patronale e organicamente popolare.
3
In effetti, con la Settimana Santa, il sacro si installa, a Sessa Aurunca,
potentemente nell'ordine temporale con la sua struttura simbolica. Il
"sacro" qui assume il carattere di "numinoso"
ovvero quello che R. Otto (Il sacro, Milano 1966) chiama " sentimento originario e
specifico" .
Il numinoso tende a rivelarsi , secondo Otto, come "mysterium",
ciò che richiama i "misteri", nome dato ai gruppi statuari della
Settimana Santa sessana. Un mysterium,
quindi, che viene a caratterizzarsi come sentimento e come emozione relativamente a ciò che è "angoscia", "tremendum" e "fascinans"
( J. Cazeneuve, Sociologia del rito, Milano 1996): tre termini che sembrano ben delineare lo spazio
psicologico correlato al sistema rituale generale della Settimana Santa sessana. L'inquietudine, un senso di attrazione,
di paura e di speranza: ciò sembra caratterizzare una
certa dimensione psicologica
nell'esercizio della fede. In tale ambito la condizione umana trova nella
tensione verso la "potenza" la ricerca di un riscatto, una pausa
esistenziale in cui l'ordine simbolico religioso tende a ridefinire in un prospettiva di speranza e di rassicurazione.
4
Il rito religioso, in tale ambito, afferma la sua funzione
canonica di mediazione tra la condizione umana
e la trascendenza (J. Cazeneuve cit.). L'angoscia del mistero soggettivo
così tende a rapportarsi col mistero universale. Ciò in
una scansione temporale periodica che viene a segnare costantemente l'esistenza
individuale. La Settimana Santa così nei fedeli sessani
diviene un appuntamento, un bisogno di trascendenza ed un ritrovar-si rituale e,
laddove il bisogno stesso di trascendenza viene a sfumare, ecco che l'elemento
comunitario festivo viene a costituire l'altro riscontro necessitante.
5
Il rito nella sua funzione di mediazione-partecipazione
stabilisce un legame con la potenza del numinoso
attraverso le "azioni simboliche". Di queste, nel
contesto della Settimana Santa, è
possibile schematizzarne alcune come
segue.
-Accendere il fuoco (rituale) (uomo).
-Partecipare alle processioni e alle cerimonie in chiesa
(uomo- donna).
-Partecipare alle attività confraternitali
(veste , portare il Mistero ecc.) (uomo).
-Portare il cero (donna).
-Vestire di nero (donna).
-Cantare (uomo- donna).
-Danzare (uomo).
-Pregare (uomo-donna).
L'azione simbolica
così viene a rappresentare una modalità di
accesso ad un universo simbolico ma
definisce, in tale ordine, anche un ruolo nel contesto dell'ordine sociale.
6
Questa settimana sessana dunque
sembra articolarsi tra alcuni parametri fondamentali
che sono la trascendenza, la partecipazione, la propiziazione, la
rassicurazione, la purificazione, il
festivo, ma anche la "trasgressione" che rimane come resto,
residuo, produzione ineliminabile (bisognerebbe
qui fare un ampio riferimento alla psicoanalisi lacaniana
per ciò che riguarda il plus-di-godimento relato alla
"teoria dei quattro
discorsi", in particolare per ciò che riguarda il "discorso
dell'isterico", ma esuleremmo dall'economia generale delle presenti note). Questa
trasgressione emerge dal contesto della letteratura su
questa Settimana Santa ma è anche avvertibile in talune violazioni dell'ordine
simbolico vigente nella Settimana, nelle "appropriazioni" che tendono
a personalizzare eccessivamente l'elemento simbolico e di cui abbiamo parlato
nell'articolo precedente, nell'emergere di elementi di derivazione vetero-carnevalesca legati al cibo, al vino, a forme parodiche dei rituali (emerse in epoca recente) e al
festivo.
7
La Settimana Santa sessana costituisce anche un canale comunicativo con
il sacro ed un modo di "agire" sullo stesso. Si tratta di riconoscere
la trascendenza (J. Cazeneuve cit.), di comunicare con essa
attraverso la preghiera, attraverso il comportamento rituale e le azioni di cui abbiamo già parlato. La
preghiera, in particolare, legata al desiderio umano, ha molto a che vedere con
il sogno e con l'immaginario, sia esso quello individuale, sia esso quello
collettivo comprendente le strutture definite dall'ordine simbolico. Allo
stesso modo il "sacrificio" o
il "sacrificio-dono" è comunicazione, offerta rituale e
propiziazione: elementi che questa Settimana
sessana si presenta talora in modo unificato, talora in modo diversificato tra uomini e donne.
8
Una rilevanza certa ha, nella Settimana Santa sessana l'elemento catartico, purificatorio, come già
accennato nell'articolo precedente. Tale elemento è legato a molti elementi comportamentali e simbolici
ma costituisce, a nostro parere, ciò che caratterizza principalmente l'ambito
partecipativo. Si tratta di una dimensione psicologica fondamentalmente legata
all'ambito emozionale a cui non è estraneo l'apparato spettacolare dei riti. La full-immersion in un universo simbolico che si richiama
ai temi fondamentali della vita, della morte, della speranza; una
spettacolarità fatta di suoni, di colori,
paesaggi che vengono a trans-figurarsi come
scenografia dei rituali: tutto opera un coinvolgimento profondo delle persone dal punto di vita emotivo. In effetti si tratta di passare attraverso una periodica esperienza psicologica che tende a tradursi in una specie di
"leggerezza", una forma di rassicurazione aperta alla speranza: un
passaggio rituale, insomma, metafora che
richiama le classiche opposizioni tra vecchio e nuovo, vita e morte,
disperazione e speranza, le tenebre e la luce e quindi, inverno e primavera,
vecchio ciclo agrario - nuovo ciclo agrario, vecchie radici e nuovi alberi, il
lavoro e la festa e, dunque, la morte e
la resurrezione.
9
La Settimana Santa sessana
rappresenta un appuntamento con la morte e col dolore. Ovvero questi elementi
naturali che sono la morte e il dolore divengono
oggetto di elaborazione culturale (E. De
Martino, Morte e pianto rituale ecc., Torino 2001) esorcizzazione
simbolica di uno "scandalo" (la morte stessa) comune a molte civiltà. La Settimana Santa sessana
come altri eventi del genere segnano il trionfo della elaborazione
della morte umana da parte del Cristianesimo. La passione di Cristo e la sua
resurrezione hanno offerto una visione del mondo che, nel suo
proprio ambito, ha prodotto il
superamento definitivo della "insostenibilità" della morte dell'uomo,
aprendo al passaggio verso una "vita vera" collocata nell'ambito
del divino (M. Massenzio, Alfabeto del
pianto, Alias, 27.5.2000). Un appuntamento, dunque, con la morte, una morte che
è di ordine rituale-liturgico, ma che è anche la
"propria" morte. Qui il tema della morte si intreccia
indissolubilmente con il tempo: la partecipazione è "l'esser-ci-ancora"
ovvero rassicurazione rispetto al tempo della morte; la partecipazione è anche
elaborazione generale, ma anche individuale della morte nel senso heideggeriano del "precorrimento"
della propria morte (quando mancherò a
questo appuntamento....) ovvero accettazione della propria singolarità finita.
In ogni caso è la resurrezione che viene
a rappresentare lo sbocco, il risultato dell'elaborazione. Si tratta di una
"apertura" che è per il cristiano speranza, riscatto della condizione
umana operata dal sacrificio di Cristo secondo lo schema sacrificio-riscatto
proprio dell'ordine simbolico religioso.
10
Una visione del
tempo, quindi, che comprende la
"possibilità di essere" e/o di
"esser-ci", ancora una volta in una prospettiva heideggeriana
che sembra abbastanza esplicativa in questo ordine di problemi in cui viene
ineluttabilmente ad emergere, come abbiamo già accennato nel precedente
articolo, la domanda sul "senso dell'essere" nella misura in cui si delinea una potente
offerta simbolica come risposta e nella misura in cui una modalità di "autenticazione"
dell'esistenza è, heideggerianamente, proprio
l'assunzione dell'angoscia, ovvero dell'essere-per-la-morte.
Il tempo, dunque, la dimensione di cui la Settimana Santa come evento periodico
si fa metafora ancora una volta della morte, della vita, del ritorno, un
andamento ciclico che ben la filosofia ci spiega come "differenza,e ripetizione" (M. Foucault)
come lettura evolutiva del nietzschiano "ritorno
dell'uguale". Ma ci sembra pure valido il tema
della "sosta", il prodursi di una periodica parentesi temporale che
viene a sostenere, scandendosi tra tempo di lavoro e tempo festivo, prima un
ripiegarsi sacrificale dell'essere su se
stesso (la morte, il sacrificio), e poi l'aprirsi alla possibilità-speranza
attraverso la resurrezione- festa. Questa sosta o parentesi temporale, come
altri eventi del genere, sono delle vere e proprie "pause di ordine ontologico" costitutive dell'ordine simbolico
religioso, da intendersi pure come proposta di smascheramento
dell'esistenza nel suo tragico dualismo
di vita e di morte, di dolore e di gioia.
Pasquale Stanziale
Officine Kulturali Aurunke
marzo 2001