3- Sintomi (P. Stanziale Omologazioni …)

 

... essere moderni vuol dire trovarsi in un ambiente che promette avventura, potere, gioia, crescita, trasformazione di noi stessi e del mondo..

M. Berman, L’esperienza della modernità, Bologna 1985

  

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Nel numero 99 del Mensile Suessano (dicembre 1991), una rivista mensile che si pubblica nel capoluogo Sessa Aurunca (Caserta), il Direttore Emilio Galletta poneva l’interrogativo sulla situazione sociale del territorio del Comune di Sessa Aurunca (Caserta) sollecitando analisi rispetto ad un disagio oggettivamente emergente e avvertibile. Noi rispondemmo sviluppando una serie di spunti miranti a definire le dimensioni storico-sociologiche di questo disagio. Vogliamo riprendere oggi, a fine secolo, queste tematiche ritenendole più che mai attuali e cercando di allargare l’ambito delle analisi ad un quadro di rimandi e di annotazioni esplicative che, pur nella loro volutamente discontinua dinamica, vogliono cogliere i punti nodali e parametrare, in qualche modo, le problematiche sociali presenti nella zona sessana. Ciò costituendo l’avvio di un irrimandabile processo di conoscenze che certo potranno essere realizzate in una area di studi sociali più organici e articolati.

In effetti la domanda sul disagio profondo che attraversa la società sessana è abbastanza legittima e può essere costruttiva, anche se alla fine della ricerca delle risposte non troveremo la Verità - la quale da molto tempo non è più rivoluzionaria, come sappiamo - ma una serie di piccole verità che bisognerà essere in grado di assumere. Inoltre mi sembra utile constatare che molti sono impegnati ad interrogare il passato remoto quando invece è senz’altro piuttosto produttivo leggere il passato prossimo ed il presente nella prospettiva della costruzione di una consapevolezza critica che, di là dalle risultanze della ricerca socio-antropologica, può contribuire alla delineazione di una possibile coscienza sociale.

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Dall’esame della pubblicistica degli ultimi anni prodotta nel Comune di Sessa Aurunca bisogna dire che risulta un non rilevante interesse per la conoscenza della realtà e delle dinamiche sociali dell’area sessana, ciò che, al contrario, sarebbe augurabile al fine di uscire dall’approssimazione di alcune analisi che, pur se sporadicamente, compaiono nella pubblicistica locale che, per sua tradizione è orientata principalmente verso ambiti cronachistici e storici. Per quanto ci riguarda sono vari anni che cerchiamo di portare avanti programmi di analisi sociale rispetto a questo territorio e che vogliamo annotare sinteticamente.

Nella serie di articoli scritti a suo tempo per Critica Meridionale (1974) e per Mondo Oggi (1980) cercammo di studiare la ricaduta sociale dei processi di industrializzazione nella zona di Sessa Aurunca e sulle caratteristiche dell’azione politica in tale zona negli anni ‘80. Con il libro Zona aurunca/sud pontino: l’impronta nucleare (1985) cercammo di fare il punto sull’avventura nucleare nel territorio di Sessa Aurunca. Successivamente riprendemmo queste prospettive di ricerca, ma da un’angolazione antropologico-culturale- partendo dall'impostazione data al lavoro - sviluppato poi in gruppo- L’illusione e la maschera (1977)- dirigendo, successivamente, il Gruppo di Studio Sinodale su Mentalità e costumi della nostra gente (1990) (ricerca piuttosto sintetica ma ricca di indicatori e- purtroppo - non molto conosciuta)- collaborando su questi temi a Civiltà Aurunca ed al Mensile Suessano, nonché attivando le seguenti recenti ricerche: Visioni politiche del mondo nel territorio di Sessa Aurunca, Definizione dell'habitat culturale di provenienza di un campione di popolazione studentesca e Giovani: valori e attitudini nell’alto Casertano (Istituto Magistrale Statale T. Da Sessa - Sessa A.- Corso integrativo '90/91 e Corso A 1991/92 e P. Stanziale 1993) - nonché Ricerche sulla cultura del magico (Liceo Scientifico E. Majorana- Sessa A. cl. III C anno 1996-97 e classe IV C anno 1997-98).

Da queste indagini, alle quali, pur se sviluppate nel contesto di un Laboratorio scolastico, si è sempre cercato di dare una impostazione scientifica quanto più corretta possibile dal punto di vista metodologico, sono emersi una serie di fatti, di conferme, ma anche di interrogativi cui sarebbe troppo lungo accennare ma su alcuni dei quali conviene riflettere.

Anzitutto mi sembra opportuno rilevare che la storia di Sessa non può essere fatta in modo circoscritto ma deve essere tracciata rispetto alla storia generale del Mezzogiorno d'Italia e facendone, quindi, risaltare i tratti specifici... E subito alcuni interrogativi a questo punto: come l'essere stata Sessa una cittadella della fede (M.Volante 1993) abbia influito sulla sua evoluzione sociopolitica; secondo quali modalità si è venuta delineando nel '500-'600 una qualche classe borghese nel territorio sessano; come viene ad emergere in modo specifico il filoborbonismo locale; come prende forma in modo specifico (e con una certa costanza) l'estraneità di grandissima parte del tessuto socioculturale della zona sessana, e non solo, ad idee e fatti storici orientati verso innovati assetti socio-politici... Certo sono domande già caratterizzate ideologicamente ma che indicano - in un certo qual modo - produttive possibilità di approccio al Problema nella misura in cui alludono alla necessità, ormai improcrastinabile, di studiare in una prospettiva di storia sociale il passato locale. In ogni caso vorrei concludere questa linea di considerazioni cominciando a dare alcune risposte riferendomi a quanto sostiene Giuseppe Galasso (1965- 1982) a proposito della storia del Mezzogiorno d'Italia. Mi sembra che tre siano i punti interessanti che pone in evidenza Galasso nell’ambito dei suoi fondamentali itinerari di ricerca e su cui, anche attraverso percorsi diversi, vengono a convergere altri storici. Il primo riguarda la specificità culturale di origine contadina delle zone come quella di Sessa Aurunca che, pur avendo come confine il mare non hanno mai mostrato uno sviluppo di elementi culturali di civilizzazione legati alla pesca ed alla navigazione; la mancanza, storicamente puntuale, di una capacità locale autonoma di elaborazione politica; il fatto che innovazioni sociali e politiche nella zona sessana, come nel Mezzogiorno in generale, sono state originate, nella gran parte dei casi, dall'esterno.

Le suddette conclusioni- che di fatto finiscono per rappresentare delle costanti, facilmente inverabili a livello locale- possono ben costituire un paradigma interpretativo. Esse delineano in modo sintetico il quadro di una analisi (storica) che, partita da lontano ben si collega ad altri tipi di analisi (sociologiche, antropologiche) più centrate sull’evo moderno nella zona sessana. In ogni caso già qui troviamo strutturato un modello di omologazione che è caratterizzazione costante di civilizzazione e chiave di lettura di fatti ed eventi in una prospettiva diacronica. In tale prospettiva potrebbero trovare una più significativa collocazione determinate figure storiche locali e non quali Galeazzo Florimonte, Girolamo Frangenti (P. Falco 1998), Salvatore Morelli (F. Bevellino 1990) e.... Raffaele Nogaro (R. Sardo 1997). Il fatto che eventi che esulano da questa omologazione possano costituire talvolta catalizzatori di emancipazione sociale e culturale è un assunto delle presenti riflessioni come ipotesi di studio che intendiamo sviluppare sia in una prospettiva avente- in qualche modo- un fondale storico, sia in una prospettiva sociologica articolata.

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Un altro punto di partenza, quindi, può essere dato da ciò che cercammo di disegnare - in modo non basato sull’analisi quantitativa ma sulla tecnica dell’osservazione e dell’analisi partecipante (T. Tentori 1960) e su una serie di indagini, di interviste, di storie di vita, di colloqui e, se volete, di intuizioni verificate come modello culturale (cultural pattern), antropologicamente significativo (L’illusione e la maschera, 1977 e Civiltà Aurunca 2/85) per la nostra zona; in altre parole cercai di mettere in evidenza valori, comportamenti, attitudini e tutto ciò attraverso cui una comunità si rappresenta il mondo e come si rapporta con i problemi dell'esistenza (si trattava di indagini da intendersi come ricerche d’ambiente di taglio socio-antropologico- P. Guidicini 1991- giocate tra i classici E. C. Banfield- 1961- e R. Benedict- 1934 ). In grande sintesi il risultato di questa ricerca nel sessano collegava le contraddizioni sociali e politiche, ed un certo livello di non-progresso generalizzato, ad un non conseguenziale processo evolutivo tra Cultura Contadina, Cultura Umanistico-Idealistica, Cultura Dell'Età Industriale (naturalmente in tale ambito cultura vuol dire kultur, civilizzazione, un ambito che comprende anche situazioni quali la scelta del tipo di scuola per un figlio o il grado di sindacalizzazione di gruppi sociali ecc.). In base a questi assunti era possibile, quindi, spiegare situazioni quali l'eccesso di familismo, il qualunquismo, forme di ribellismo fine a se stesso, la mancanza di senso dello Stato, il ruolo frenante della cultura contadina dal punto di vista del progresso socio-politico e tanto altro ancora: tutto ciò che, in effetti, poteva e può condurre ad un primo approccio esplicativo al tema della costante storica del disagio (indicando, sostanzialmente, con tale termine la consapevolezza sofferta di talune costanti sociali frenanti rispetto a reali risorse e a prospettive di razionale modernizzazione sociale possibile). E ciò, naturalmente riguardo non solo Sessa ma gran parte del Mezzogiorno e del Meridione ed è una analisi che può correttamente venire, per molti aspetti, come vedremo, a riguardare anche l’attualità.

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In ogni caso, nello sviluppo di queste note, non è possibile prescindere dal substrato della cultura contadina (altrimenti detta agraria o rurale)- per quanto delineato nelle analisi suddette- nel cui contesto riscontriamo che, parallelamente e successivamente, vi è stata l’egemonia umanistico-idealistica (quella incentrata sulla figura e sul ruolo sociale del Professore e dell’Avvocato, ma anche su quella del Medico) a cui poi si sono sostituiti altri valori e comportamenti generalizzati legati ad altre figure di riferimento del successo sociale emergenti nell’ambito di un processo dai tempi piuttosto lenti e quasi sempre caratterizzati da una certa sfasatura rispetto alle dinamiche sociopolitiche pertinenti alla modernizzazione della società nazionale. I modelli di riferimento hanno orientato di volta in volta scelte sociali e valori ma quello che emerge in modo piuttosto palese- e che è utile puntualizzare ulteriormente- è quanto segue.

-La cultura contadina tende a permanere per vari aspetti come substrato caratterizzante il modello socio-culturale generale e non è solo pertinente a quelle che erano le classi subalterne. Questa cultura, definita da Percy A. Allum (1975) Gemeinschaft rurale si articola principalmente sui seguenti orientamenti:

-utilitarismo

-valore fondamentale della tradizione e della religione

-diffidenza nei confronti dell’altro

-accettazione di consuetudini e regole dominanti

-concezione gerarchica della società

-impossibilità di cambiare la struttura sociale

-atteggiamenti di rivolta o di rinuncia

-ruolo decisionale della donna-madre.

Questo tipo di cultura per fortuna ha perso negli studi sociali, a partire dagli anni ‘60, un certo alone di esaltazione e di privilegio di derivazione ottocentesca per essere riportata nei termini di una critica storico-sociale che ne ha posto in luce gli aspetti di utilitarismo, di inconsistenza emancipativa e di anarchismo. Stiamo parlando di studiosi quali De Martino, Galasso, Tullio-Altan e Amalia Signorelli (1984) che particolarmente ha mostrato come il bisogno di folklore sia un bisogno regressivo. Questi studiosi hanno preso generalmente come spunto per le loro analisi la realtà del contadino meridionale descritta crudamente da Gramsci. "... il contadino è vissuto sempre al di fuori del dominio della legge, senza personalità giuridica, senza individualità morale, è rimasto un elemento anarchico, l’atomo indipendente di un tumulto caotico, infrenato solo dalla paura del carabiniere e del diavolo. Non comprendeva l’organizzazione, non comprendeva lo stato, non comprendeva la disciplina; paziente, e tenace nella fatica individuale di strappare alla natura scarsi e magri frutti, capace di sacrifici inauditi nella vita familiare, era impaziente e violento selvaggiamente nella lotta di classe, incapace di porsi un fine generale d’azione e di perseguirlo con la perseveranza e la lotta sistematica." (A. Gramsci 1974 e quindi C. Tullio-Altan 1986).

-Il modello umanistico-idealistico, quindi, è stato il modello della classe egemone e riferimento di avanzamento sociale per le classi subalterne. Per vari aspetti, ha costituito l’ideologia di un ceto di potere che nell’area politica e nel campo amministrativo in generale ha trovato il suo sbocco naturale fino ai giorni nostri attraversando una fase di generale affermazione nel ventennio fascista. E qui il riferimento è alla figura del funzionario statale (A. Gramsci 1971) proveniente da una famiglia contadina che, attraverso una formazione umanistico-giuridica, accede ai quadri statali. Questo pattern, (articolato quasi sempre tra conservazione e idealismo) che meriterebbe uno specifico studio, molto più circostanziato rispetto a quanto accennato in precedenza da noi (P. Stanziale 1977- 1985), ha sempre privilegiato lo Stato inteso come ambito di sicurezza occupazionale e di esercizio del potere. Ciò anche per il ruolo di importanza assegnato ad un certo tipo di intellettuale nel quadro di una concezione idealistica dello Stato stesso, concezione che nella variante crociana dell’ utopia moderata ha caratterizzato l’egemonia culturale napoletana dalla quale però si sono distaccati vari intellettuali perché sganciata da una praxis avente pure nel Mezzogiono connotazioni nuove (B. De Giovanni 1978). Vengono a completare questo modello alcuni indicatori (indicatore qui va inteso in senso generale) - cui è utile accennare in modo sintetico- quali:

-l’emarginazione della cultura scientifica

-l’osservanza religiosa per vari aspetti di tipo formale

-l’esaltazione dell’eloquenza e di una armonia di derivazione letteraria

-una certa xenofobia verso elaborazioni culturali altre

-privilegio del monumento rispetto alla struttura

-armonizzazione idealistica della prassi.

Successivamente il processo di modernizzazione sociale ha portato un ovvio aumento della complessità del quadro sociale con l’affermarsi di valori e comportamenti legati alla cultura dell’età industriale o, se si vuole, post-industriale.

Anche qui è possibile individuare qualche orientamento :

-partecipazione maggiore ad attività associative

-competizione sociale

-forme di conformismo legate a modelli veicolati dai mass-media

-consumismo ed esibizione sociale dei consumi

-edonismo.

Come già delineato in precedenza l’attualità del modello- che definiamo tradizionale o anche di dominio- ovvero il proponibile quadro di un ethos locale (anche con le sue strategie di sopravvivenza e di perpetuazione) vede la coesistenza, la convivenza, a volte contraddittoria, di elementi e situazioni relativi ai tre modelli precedenti, con le opportune scansioni rispetto agli scarti generazionali (e localistici), con tutto ciò che ne consegue in termini di immobilismo, produzione culturale, atteggiamenti politici, sviluppo economico, attitudini sociali.... E va qui sottolineato e non dimenticato il fatto che la dinamica sociale e il comportamento sociale nascono da una visione del mondo originata proprio da un modello culturale che ne orienta comportamenti, atteggiamenti e attitudini.

Va, inoltre, considerato che la lettura del territorio sessano attraverso il modello culturale di cui stiamo parlando non può non tener conto di quanto emerso da una ricerca sociologica (A. Calenzo 1983) e da una ricerca storica (G. Di Marco 1995): entrambe le ricerche insistono giustamente sulla compresenza territoriale di una realtà più specificatamente rurale- relativa alle frazioni del territorio comunale- ed una realtà urbana relativa a Sessa Aurunca-centro, volendo così indicare differenziazioni socioculturali e storiche, in particolare costituendo tale differenziazione, per Di Marco, un paradigma interpretativo della storia locale. Per quanto ci riguarda il cultural pattern sopra-esposto- come anche quello relativo alla dicotomia gemeinschaft/gesellschaft di cui al punto 6- possono, tali modelli, essere ritenuti validi per la lettura socio/antropologico-culturale di gran parte del territorio sessano e non solo. Tale validità può essere confermata localmente attraverso l’individuazione di talune componenti significative a scapito di altre, trattandosi di un modello componenziale aperto alle stratificazioni ed alle preminenze.

Altro fattore importante è lo scarto generazionale cui abbiamo accennato, ovvero la preminenza di elementi del modello culturale dominante rispetto all’età e relativamente a come i giovani si trovino spesso in situazioni conflittuali rispetto a sollecitazioni ed influenze diverse (P. Stanziale 1993), come emerge dalla specifica ricerca riportata nella terza parte del presente lavoro.

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Ma procediamo con ordine anche utilizzando qualche flashback. Popolazioni locali che si sollevano non per rivendicazioni politiche (1848) ma per un "masto di festa" (P. Giusti 1928); una coscienza sociale in qualche modo consapevole di marcate forme di subalternità e in grado di organizzare forme isolate e non articolate di protesta e di rivendicazione politica: penso alle lotte per il Pantano e a qualche jacquerie delle frazioni, penso a personalità come Maria Lombardi e Gori Lombardi per il loro faticoso ed inimitato impegno politico e sociale in tempi non facili per la formazione di una coscienza delle subalternità. Penso al ruolo della Sinistra fino ai giorni nostri ed al fatto che il suo modo di far politica ha smussato solo lo zoccolo duro del modello culturale generale (in tale ambito i lavori di G. Capobianco e G. Ciriello hanno il merito di aver delineato una memoria storica della sinistra e rivendicato il suo ruolo, ma non hanno esaminato fino in fondo l’incidenza sociale e politica di questa sinistra rispetto alla generalità del tessuto sociale, sinistra che era ed è rimasta una sub-cultura politica, essendo riuscita a modificare solo in modo marginale il modello culturale dominante, tradizionalmente estraneo a forme generalizzate di razionalità emancipative democratiche del tessuto sociale). E poi: una religiosità formale ritualistica tesa a riprodurre identitariamente un assetto comunitario (P. Stanziale 1998) e addirittura ancora largamente sincretica fino agli anni '30 (N. Borrelli 1937). E ancora: l'interessata mediazione fascista che nel modificare alcuni equilibri acquista paradossalmente connotati di modernizzazione...; la polarizzazione Mazzarella-Ciocchi che viene a costituire uno degli stadi intermedi nel processo di svilimento della politica come tale nella zona sessana (A. Marchegiano, 1989); la zona sessana che elegge ai principi del '900 a proprio rappresentante in parlamento un personaggio legato alla malavita aversana..

Penso soprattutto alla egemonia della Democrazia Cristiana, partito sorto nel dopoguerra ad opera di esponenti dell’azione cattolica e di persone provenienti da esperienze politiche diverse. L’ampio consenso assicurato a questo partito era basato fondamentalmente su quello che Allum (1975) definisce boss politico (coincidente nel territorio sessano col capo-elettore) avente capacità di organizzazione e di mediazione. Questi, secondo l’identikit che ne fa Allum è un professionista minore che organizza intorno a sé una clientela... prospera in una società poco industrializzata e si muove in una realtà economica poco florida per cui l’unica ricchezza è data dal favore, inscrivibile nella sua capacità di mediazione e di relazioni con la burocrazia statale in generale e ministeriale. Per quanto riguarda la nostra zona il boss aveva l’appoggio incondizionato della Chiesa, almeno fino agli anni ‘70, epoca in cui comincia a delinearsi una certa autonomia dell’episcopato rispetto al potere politico (Quaderni del Sinodo n.1- 1990). In ogni caso era decisiva la sua struttura organizzativa che avendo Sessa come centro aveva propri referenti in tutte le frazioni del Comune assicurando, attraverso un controllo capillare, un pacchetto di voti da spendere- con una certa disinvolta autonomia- al fine di aumentare il proprio peso politico rispetto all’ambito parlamentare e rispetto alla burocrazia statale. Era questo un sistema di clientela abbastanza consolidato che, per vari aspetti, esulava pure da un circoscritto rapporto di tipo politico per essere strutturato secondo un familismo tipico per cui ci si rivolgeva al boss non solo per il favore ma anche per altri motivi connessi all’ambito familiare (malattie, matrimoni ecc.). Questo tipo di boss rientra, in senso generale nella tipologia di Whyte (1955) e Weber (1966) e negli studi di Kirchenheimer (La Palombara e Weiner 1966), ma se ne discosta per il fatto di essere calato in una realtà sociale di transizione, come ben mostra Allum (1975). Transizione tra un tipo di società agraria ed un tipo di società industriale secondo lo schema seguente.

Società di transizione e caratteristiche predominanti

Rapporti di classe: frammentari.

Forme di organizzazione politica: boss/apparati politici.

Sfera di attività: locale /nazionale.

Richiamo ideologico: populista.

Natura dei legami politici: ristretti/verticali.

Metodi di controllo politico: manipolazione/coercizione.

Rapporti con l’apparato statale: dipendenza totale.

Questo tipo di boss è stato sostituito, successivamente negli anni, realizzando un certo successo di consensi, da altri tipi di boss più legati all’ambito industriale, più legati ad un dominio organizzativo e tecnocratico, con una parziale autonomia rispetto all’apparato statale ed alla Chiesa locale e collegati con lobbyes di potere economico e talvolta con aree di interessi diversi..... Si tratta di boss che sono anch’essi figure di transizione dato che presentano sia caratteristiche legate ad un tipo di società agraria semplice sia caratteristiche legate ad tipo di società più moderna. In ogni caso permane un tipo di dominio personale in un ambito localistico e con richiami ideologici di tipo populistico. Quello che ci interessa sottolineare qui è che la tipologia del boss politico rappresenta un indicatore rispetto ad una modernizzazione della politica come tale nella zona sessana che evidentemente stenta ad emergere come volontà razionale, pure presente, anche con modalità diverse, in altri ambiti del Mezzogiorno.

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E siamo così arrivati a tempi recenti i quali, prima di essere presi in esame, richiedono riflessioni su almeno due spunti analitici. Il primo riguarda lo studio di P. A. Allum (1975)- cui ci siamo frequentemente richiamati- che riguarda anche la nostra zona delineando sociologicamente ciò che era emerso per via antropologica, successivamente (1977), nelle ricerche suddette e che può essere così descritto in via di grossa semplificazione: gran parte della società civile dell’area Napoli-Caserta viveva tendenzialmente con continuità una propria situazione conflittuale dovuta al fatto che essa (società civile) non era ormai più una Comunità (gemeinschaft) e non andava neanche a diventare una Società (gesellschaft- F. Tönnies 1963) in senso moderno. Ovvero modelli comunitari e modelli societari convivevano, si sovrapponevano e collidevano. Vale a dire che conservazione di valori strumentali (utilitarismo, anarchismo ecc.) -propri di un comunitarismo di tipo rurale - tendevano a convivere con valori e comportamenti tipici della civiltà industriale (consumismo, crisi di valori morali, omologazione di massa, tipologie di acculturazione di tipo conformistico, l’uso di droghe ecc.), ovvero come sostiene D. De Masi (1969) c’era un assetto comunitario che andava disgregandosi rispetto ad una struttura societaria che appena si annunciava...

(E’ necessario, a questo punto, puntualizzare che il nostro modello antropologico-culturale, rispetto a quello di Allum era più specifico per la nostra zona. Allum non prendeva in considerazione l’ambito culturale umanistico-idealistico dato che l’impianto della sua analisi era di tipo sociologico centrato sul rapporto comunità- società - sulla linea Marx- Weber- Gramsci- Tönnies - e riguardava i rapporti tra potere e società nel collegio Napoli- Caserta). Questi erano i punti d’arrivo delle analisi le quali oggi si presentano con una validità inficiata solo marginalmente, permanendo come quadro analitico anche dell’attuale situazione sociale dell’area locale e non solo. Una conferma di ciò può essere riscontrata nella terza parte del presente lavoro che è dedicata proprio a questo tema dal punto di vista dell’analisi quantitativa, con una ulteriore verifica tratta da uno studio CENSIS del 1998 sul Mezzogiorno.

Il secondo spunto nasce da un esame della società sessana dal dopoguerra ad oggi: rapporti tra politica e società, il tipo di cultura politica, rapporti tra politica ed economia... Uno spazio sterminato di ricerca e di analisi ma in cui è possibile individuare qualche situazione particolarmente indicativa come la convergenza - all'inizio degli anni sessanta - tra il potere politico consolidato della borghesia medio-alta (che altrove abbiamo ritenuto definibile come parassitaria- P. Stanziale 1985) e gruppi economici locali e/o nazionali: e ciò come in moltissime altre realtà nazionali nell'epoca del boom economico. Nella zona sessana questo tipo di sviluppo - il quale ha originato grosse iniziative imprenditoriali, con i tradizionali risvolti clientelari (pur se nella zona sessana non è esistita né esiste una tradizione imprenditoriale vera e propria)- non è avvenuto, purtroppo, secondo metodi non estranei ad iniziative varie della magistratura: ciò che nei fatti, costringe a non identificare lo sviluppo di queste iniziative con un progresso democratico reale e generalizzato del tessuto sociale. Del resto alcune di queste iniziative, nel tempo hanno mostrato i loro limiti imprenditoriali attraverso cessioni, ricomposizioni, riduzione delle attività o scomparendo. (Va annotato, a tale proposito che una storia degli insediamenti industriali nel Comune di Sessa Aurunca deve essere opportunamente delineata sia per ciò che riguarda le cattedrali nel deserto del boom degli anni ‘70 che per l’effettiva possibilità insediativa di tipologie industriali rispetto alla vocazione economico-produttiva del territorio).

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Vorrei accennare poi a temi che, prima o poi, dovranno essere affrontati in un ambito di analisi generale. Si tratta della cultura politica- in generale della zona sessana- e della storia della Democrazia Cristiana nel territorio comunale prima e dopo la secessione cellolese. In realtà, per vari aspetti, i due temi tendono a coincidere e andrebbero studiati parallelamente al lavoro di ricerca che avevano cominciato a portare avanti G. Capobianco (1987) e G. Ciriello (1987) per ciò che riguarda la storia della sinistra del nostro territorio. Non mi sembra tanto scontato rilevare nella cultura politica locale anzitutto la storica dimensione clientelare - frutto della mediazione politica- secondo i meccanismi che già aveva evidenziato Gramsci- ma anche come derivazione del familismo rurale da intendersi come modalità culturale sistemica (meriterebbe questo tema uno studio specifico a livello locale, come pure i rapporti tra famiglie e politica, là dove la partecipazione all’attività politica del capofamiglia/notabile viene intesa come passaggio obbligato in vista della sistemazione opportuna dei familiari), clientelismo che, d’altra parte, ha storicamente prodotto l’estraneazione della gente dallo Stato, come opportunamente sottolinea L. Graziano (1980): "...Il Clientelismo ha effetti disfunzionali per due processi cardine della società: la legittimazione del potere e la creazione di opposizioni organizzate. Mina l’autorità in almeno due modi: comportando un uso privato delle risorse pubbliche, come modo di gestione del consenso; impedendo, per ciò stesso, quella dissociazione tra i ruoli di autorità istituzionalizzata... i metodi clientelari lungi dall’avvicinare cittadini e autorità, hanno rafforzato l’estraneità delle masse allo Stato. Di più hanno creato una situazione che non esiterei a definire illegittimità morale della politica ..." (vedi anche J. La Palombara 1964 e L. Graziano 1974) E poi: le costanti dimensioni filoministeriali e trasformistico-clientelari secondo quanto già accennato in precedenza; il correntismo come variante del trasformismo storico; le difficoltà, per il modello culturale dominante, di progettare e perseguire uno sviluppo democratico del territorio (S. Bertocci 1977) a fronte di un consenso politico ampio e consolidato nonché la formazione di una classe politica dirigente di ricambio come successione ad un potere politico- amministrativo sempre più accentrato (S. Franco 1996). E quindi: il modello per la cattura del consenso della Democrazia Cristiana nel periodo di Giacinto Bosco e successivamente. Vari studiosi oggi sono d’accordo nel ritenere, pur nel quadro e nei limiti del modello socioculturale operante (P. Allum 1975 e S. Bertocci 1977), l’epoca di Bosco come uno dei periodi positivi per lo sviluppo dell’area sessana a fronte di tutta una serie di motivi, da quelli occupazionali a quelli delle relazioni politiche tra la base e il vertice parlamentare. Come abbiamo già accennato altrove (P. Stanziale 1991) il modello boschiano poteva essere definito di tipo paternalistico-clientelare (la concezione paternalistica della politica è elemento fondamentale della tradizione cattolica meridionale- P. Allum 1975 1978) in cui la struttura di partito (segreteria di sezione ecc.) aveva un proprio ruolo ed in cui il rapporto tra elettore e parlamentare aveva non rilevanti sbarramenti. G. Bosco in realtà ha rappresentato un argine- per il periodo dell’egemonia fanfaniana- all'espansione della DC napoletana la quale ha prevalso, in seguito, imponendo un modello per la cattura del consenso di tipo contrattualistico-clientelare: è il modello della political machine ovvero ciò che Allum riscontra e definisce già negli anni '70 nel tipo di organizzazione messo su da Silvio Gava padre e perfezionato poi dal figlio Antonio e analogo a tante strutture organizzative che sono alle spalle di molti parlamentari dagli anni ‘70 ai giorni nostri. E’ questo, certamente, un modello di cattura del consenso più moderno perché tiene in maggior conto la pluralità dei gruppi di interesse e di pressione, nonché dei vari intrecci tra politica ed economia - con una tendenza spesso a subordinare la prima alla seconda.

C’è poi, nell’analisi di Allum (1975) un punto particolarmente rilevante rispetto alla politica democristiana nel Mezzogiorno e nel Meridione. Si tratta di un atteggiamento di tipo politico ben preciso basato su tre punti: 1- il fatto che il Sud ha bisogno d’aiuto data la sua inferiorità; 2- la necessità quindi di una forma di mediazione rispetto ai governi; 3- ogni aiuto al Sud, quindi, è da apprezzare ed ogni critica ai costi ed ai metodi usati per avere questo aiuto è irrilevante e ingrata e ingiusta rispetto a tale provvidenzialità. Questo tipo di atteggiamento, derivante dalla cultura rurale comunitaria, tende a permanere, per vari aspetti, nella cultura politica generale locale ed è, a ben guardare, alla base di svariate iniziative, indicando rappresentazioni abbastanza limitate di un sistema di amministrazione democratica, oltre ad un persistere pericolosamente regressivo di elementi pertinenti al modello di cui abbiamo parlato nei punti precedenti.

Rispetto poi ad un altro indicatore quale il fatto che Sessa Aurunca non esprime propri parlamentari si può rilevare che, da una parte, il consenso politico locale è ormai colonizzato (si decide a Napoli, e a Caserta come sappiamo) da un'altra parte si nota come questa stessa società locale è portata a vivere una accettata cultura della delega in bianco, delle necessità strumentalizzate, e tutto ciò con la conseguente tendenza alla immobilizzazione orientata della maggioranza dei consensi. A tutto questo va aggiunto quanto dice A. Lamberti (1991) sulla funzione addirittura stabilizzante ed occupazionale del riciclo di denaro derivante da attività illegali. D’altra parte alla perdita della dimensione comunitaria non viene - come abbiamo detto - a corrispondere un insieme di valori e orientamenti relativi ad un modello di società nazionale in positivo: una democrazia non proprio compiuta e alla ricerca di valide formule rappresentative- un Mezzogiorno che annega nella disoccupazione, ma in cui faticosamente attraverso varie esperienze, ma soprattutto attraverso il fenomeno Bassolino ed attraverso nuove figurazioni dello sviluppo,, prendono forma i parametri possibili di una modernizzazione razionale del governo politico di un territorio- un capitalismo che nel momento in cui è vincente assume su di sé nuovi costi di libertà ed origina conflitti relativi a vecchie e nuove subalternità....

 

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In ogni caso bisogna tenere presente che negli anni '80 qualcosa si è mosso nella società sessana in modo non conforme al modello culturale dominante, articolando una certa dinamica emancipativa dall’interno del modello culturale tradizionale stesso, sotto la spinta di quelli che si potrebbero definire isolati focolai di cultura progressista (a cui andrebbe dedicato una ricerca apposita soprattutto per individuare e distinguere situazioni e motivazioni, inscrivibili in una effettiva presa di coscienza sociale, da forme reattive, da ribellismi e da particolarismi minacciati e da altri atteggiamenti di origine trasformistica- piccolo-borghesi- derivanti dal modello culturale tradizionale). In ogni caso emerge un certo fermento sociale. Si avvertono spinte verso la figurazione di una nuova coscienza sociale basata sulla salvaguardia dell'ambiente e della salute collettiva; il sorgere di timide forme di elaborazione culturale più moderne; la presenza di due Vescovi che, il primo- V. M. Costantini con il recupero del patrimonio monumentale-religioso e il secondo- R. Nogaro con una forte opera di sollecitazione sia della coscienza sociale popolare che delle energie intellettuali progressiste- hanno cercato di incidere, in qualche modo, sulla direzione del mutamento sociale. E ancora: l'emergenza di possibilità di sviluppo del territorio attraverso progetti possibili- penso al notevole lavoro di promozione e di sensibilizzazione sociale svolto da un politico meridionalista come Franco Compasso (1963-1997) attraverso una pubblicistica senza precedenti a livello locale; il profilarsi di una struttura di piccola impresa; una agricoltura che presenta qualche sforzo di razionalizzazione strutturale; il timido emergere di iniziative spontanee nel campo del turismo e del terziario avanzato. Tutti indicatori, questi, di una dinamica progressista trasversale venuta ad affiorare difficoltosamente... E da un'altra visuale, invece: la presenza di una massiccia disoccupazione, incombenze ecologiche, mancanza di servizi efficienti, una cultura politica che affonda nell'ordinaria amministrazione o nella radicalizzazione personalistica, illecito e violenza affioranti spesso, una embrionale cultura imprenditoriale statica o troppo speculativa, scelte culturali qualunquistiche o di fuga, masaniellismi intellettuali... Aspetti negativi presenti- e verificabili- con una certa costanza. Come pure il fatto che alcune delle iniziative messe in campo negli anni ‘80, più che collegarsi ad una autentica capacità di razionalità e di emancipazione sociale, hanno mostrato, alla fine delle spinte propulsive anti-involutive poste in atto, ad esempio, dal Vescovo Nogaro (R. Sardo 1997), il loro ritorno nel solco dell’andamento processuale del modello culturale tradizionale di cui ai punti precedenti. Tutto ciò che era risultato movimento- in opposizione e talvolta in collaborazione con i partiti politici -relativo a tematiche specifiche (nucleare- ospedale- discarica) e che era riuscito a mobilitare faticosamente la popolazione raggiungendo risultati positivi, ha solo in parte proseguito la sua opera, convergendo nei partiti o restando nella forma-movimento, ma senza il consenso e la vitalità riscontrati nella fase rivendicativa. Ciò indicando la continuità storica, per il tessuto sociale in generale, di essere disponibile solo per circoscritte forme di protesta su temi di immediata incidenza e non indicando affatto- come sostenuto in modo piuttosto retorico da A. Pannone (1995) per altre rivendicazioni- una presa di coscienza delle masse dei propri valori e dei propri diritti in senso generale. Va infine notato che mentre le proteste, nel territorio sessano, storicamente si sono realizzate ad opera delle frazioni (Pantano 1919- Toraglie 1865, 1873, 1947 ecc.), diversamente i movimenti recenti hanno avuto origine per la prima volta, ci sembra, nel Capoluogo.

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E allora? Allora dovrebbe ormai essere visibile un disegno aperto delle ragioni del disagio attuale. E’ possibile comunque accennare prima di avviarci alla conclusione di queste note - che ovviamente non hanno nessuna pretesa di essere definitive nella misura in cui si è cercato di realizzare un approccio ad un fenomeno complesso quale può essere quello della dinamica di una società locale - all’esame di alcuni punti che possono ancora meglio aprire alla comprensione. E’ possibile farlo in maniera elementare provando a schematizzare alcuni indicatori certamente anch’essi non definitivi ma sintomali e riferibili anche ad altre realtà sociali del Mezzogiorno.

Indicatori positivi:

-una urbanizzazione attualmente con poche punte patologiche

-l'articolazione di una certa differenziazione sociale (fare, essere, dovere, avere) anche non in modo diffuso

-la presenza di una divisione del lavoro non proprio conflittuale e che non comporta rappresentazioni largamente patologiche della realtà

-maggiore presenza della donna in ambito lavorativo

-l’esistenza di un abbozzo di struttura di organizzazioni che si occupano di funzioni educative, familiari, culturali-ricreative

-una espansione evidente della classe media

-la tendenza a ridursi delle differenze tra stili di vita

-l’avvio ad una valorizzazione di talune specificità culturali del territorio

-una pubblicistica relativa alla cronaca locale.

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Indicatori negativi:

-sistemi di comunicazione e trasporti che, pur se assicurano scambi sociali, non hanno una razionalità strutturale diffusa sul territorio

-svariate aree di degrado urbano e rurale

-un’alta percentuale di disoccupati e di sottoccupati

-aree di devianze sociali

-scarsità della partecipazione politica ed una inesistente capacità di mobilitazione unitaria rispetto a valori collettivi non di immediata incidenza

-la contraddittoria, non sempre puntuale ed operativa, presenza dello Stato

-la mancanza di forme di razionalità in molte sfere della vita sociale

-servizi sociali non sempre all’altezza delle necessità correnti

-un potere politico per molti aspetti sfasato rispetto ai bisogni attuali e futuri della comunità locale e ciò anche per quanto riguarda sia la discontinuità di accesso al flusso di denaro pubblico che per la progettualità e la programmazione degli interventi

-l’esistenza di forme di particolarismo

-una certa accettazione rassegnata e acritica dei valori dominanti

-l’incapacità a sfruttare il ricco patrimonio di risorse ambientali e monumentali

-la disorganizzazione e l’esiguità organica di una classe intellettuale rispetto ad un confronto con la complessità della realtà attuale e ad una capacità di progettazione di direttrici di emancipazione e di sviluppo socio-culturale in sinergia col potere politico

-lo scarso interesse alla produzione e all’uso della conoscenza

-l’inesistenza di una cultura legata a modelli di moderno management

-una produzione culturale sostanzialmente pertinente e funzionale al modello culturale dominante

-il fazionismo

-assimilazione in gran parte utilitaristica di orientamenti socio-culturali connessi col ciclo modernizzante industriale e post-industriale.

 

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10.1) La situazione del territorio del Comune di Sessa Aurunca, nella specificità dei suoi assetti strutturali e socioculturali, relativamente al processo di modernizzazione in atto, si inscrive senza differenze rilevanti nell’ampia crisi del Mezzogiorno e nello specificità di quella casertana che si presenta, nel Mezzogiorno, stesso con un quadro aperto di contraddizioni e di varie negatività. E dunque la prospettiva di studio cui è possibile accennare, a conclusione delle presenti note, è quella riguardante la dinamica dei rapporti tra il processo di modernizzazione nazionale e il Mezzogiorno anche per i risvolti pertinenti ad aree specifiche come quella del sessano. Ciò relativamente anche agli ultimi anni che hanno visto tutta una serie di mutamenti a partire da Tangentopoli, con il crollo della prima Repubblica, l’emergere del fenomeno leghista, oltre alla rivoluzione tecnocomunicativa, alla nuova legge elettorale nel ‘93 e all’avvicinarsi di Maastricht. Ma, come scrive F. Barbagallo (1997) all’inizio degli anni ‘90 non si avverte nel Mezzogiorno alcun mutamento... ciò anche perché è abbastanza operante l’egemonia meridionale della DC e del PSI basata sul volume di affari intercorrente tra politici ed imprenditori rispetto al pubblico denaro. Sarà la tangentopoli napoletana che coinvolgerà quasi tutti i partiti nel 1993 ad incidere ancor di più in senso strutturale e morale sulla storica crisi del Mezzogiorno. Successivamente e parallelamente le inchieste della magistratura denominate TAV, Spartacus, Phoney Money e Chèque to Chèque hanno avuto come passaggio quasi obbligato la Campania e l’area Caserta- Aversa per ciò che riguarda il rapporto tra politica e criminalità organizzata, seguendo una tradizione tardo-ottocentesca, con il pesante coinvolgimento di boss politici della prima Repubblica e presenti sulla scena politica nella metà degli anni ‘90, referenti provinciali anche dell’area politica sessana. R. Sardo (1996) descrive con parole dure la situazione della provincia di Caserta : "...Le fabbriche sono diventate sempre più rare. ... I piani regolatori? Sono ancora oggetti non identificati. La Pubblica Amministrazione? Uno sfascio completo.... Il Litorale? Un mare che è diventato una fogna, una speculazione edilizia che ha arricchito i soliti noti.... Eppure i flussi di denaro sono stati enormi soprattutto dopo il terremoto del 23 novembre 1980..... E’ il fallimento di una classe politica, di una generazione intera di politici che hanno prodotto il disastro ambientale nel senso più largo del termine. Oggi nei confronti della politica c’è disaffezione. E come non potrebbe esserci dopo questa devastazione... Parole che sembrano venate di estremismo ma che riportano a quanto è possibile riscontrare in gran parte nella realtà sociale del Mezzogiorno con i soliti indicatori: estraneità agli interessi collettivi e dello Stato, la mancanza della coscienza di classe in larghi settori sociali (C. Tullio-Altan 1986), il pubblico denaro e il patrimonio collettivo come ciò di cui si può abusare, un privatismo trasgressivo legato a quello che Banfield (1961) chiamava familismo amorale, strettamente connesso con l’ambito clientelare politico e con altre aree non chiaramente delimitate.

Il riscontro a tale quadro sociale viene pienamente dato dal recente Rapporto CENSIS (1998) che, come vedremo nella terza parte del presente lavoro, disegna un quadro di situazioni e di tendenze abbastanza vicino alle conclusioni sopra esposte.

10.2) Sul Mezzogiorno, si sa, pesano giudizi storici pesanti: tra i tanti quelli di Gramsci, di Salvemini, di Galasso che parla (1982) di un processo di modernizzazione in cui il Mezzogiorno più che essere protagonista è stato risucchiato, indicando, in tal modo, la passività di un modello socioculturale che, in una prospettiva sistemica, tende, in relazione alle sollecitazioni esterne a riorganizzarsi continuamente assorbendo tali sollecitazioni in un processo di adattamento alle proprie situazioni interne evitando ogni cambiamento di assetti in alcune aree.. A questa processualità non è certamente estrane, tra altre realtà sociali, la realtà sociale sessana che, come sistema, a sua volta, dall’Illuminismo al ‘68 ed alle tangentopoli varie, è rimasta impermeabile quasi sempre (parleremo in seguito delle anomalie) a modificazioni decise delle sue dinamiche sociali, adagiata in un andamento di crisi con casuali isole di consapevolezza e di iniziative emancipative. Una crisi che, nella concretezza degli eventi sociali, risulta quasi generalmente rimossa a livello di coscienza collettiva, avvertita peraltro in modo ovattato, se non contraddittorio, attraverso le retoriche dell’universo di discorso locale, nelle produzioni culturali e nella diffusa nostalgia di un passato storico che tende talvolta a divenire una specie di rifugio identitario.

10.3) La visione gramsciana del Mezzogiorno come disgregazione sociale (1945) ha costituito e costituisce un paradigma fondamentale per comprendere ciò che accade ancora oggi in talune aree di Terra di Lavoro ed a Sessa Aurunca, con riferimento a quanto abbiamo già scritto ma anche per ciò che riguarda la sfasature socioculturali di detti territori rispetto alle sollecitazioni del ciclo modernizzante in atto. Nel territorio sessano, ad una osservazione coerente dei fatti sociali, risulta abbastanza evidente un quadro di disgregazione che riguarda fermenti che non si traducono in consensi o dissensi organizzati, velleitarismi ed anarchismi ribellistici di derivazione contadina, tentativi di secessione amministrativa, osmosi strumentali tra pubblico e privato, particolarismi di fatto istituzionalizzati, il tradizionale clientelismo, indifferenza ed estraneità di aree sociali alle dinamiche politiche ecc.. Questa disgregazione è presente anche a livello intellettuale per la mancanza di un ambito culturale di decisa direzione ed orientamento, nella incapacità di elaborare valori entro cui costruire situazioni di riferimento, in forme di chiusure a vantaggio di interessi gruppali, ideologicamente populistici o evasivamente elitari ecc.. Un universo politico spesso eccessivo o che si produce come chiacchiera corrispondente frequentemente a blocchi decisionali. Questa disgregazione, che delinea, come marcante paradigma sociale, quanto è stato già abbozzato come ethos locale- sessano e non- ben si richiama a quella che Galasso (1982), con ricorso all’ambito hegeliano, chiama coscienza infelice e a ciò che faceva scrivere al Vescovo Nogaro: ".... la gente di qui mi piace. Ma si deve liberare dalle catene che ha alla coscienza" (in R. Sardo 1997). Questa coscienza sociale, che risulta tendenzialmente compiaciuta di circoscritti risultati utilitaristici, sembra situarsi lontano da una consapevolezza della propria inadeguatezza rispetto alle sfide ed alle prospettive, che pure emergono frammentariamente, rispetto ad assetti e ad impieghi razionali riguardanti una società in grado di sincronizzarsi con una cultura del cambiamento. A tal proposito certamente grosse responsabilità riguardano quella che oltre mezzo secolo fa Gaetano Salvemini (1955) chiamava piccola borghesia intellettuale, ovvero quella classe sociale tesa al controllo delle amministrazioni comunali, oggetto del desiderio della classe dominante (G. Galasso 1982). Una borghesia che è parte della più ampia borghesia delle aree del Mezzogiorno stesso e che, in modo più accentuato di quella nazionale, non ha saputo essere protagonista attiva dello sviluppo capitalistico progressivo non avendo come background proprio un tradizione culturale (libertà, individualità, razionalità ecc.) atta a trasfondersi in modo positivo nel processo modernizzante (E. Galli della Loggia 1976 e quindi C. Tullio-Altan 1986). A questa borghesia locale, portata a vivere con maggiori conseguenze sociali le contraddizioni della borghesia italiana, non è estranea quella componente di anarchismo che secondo Galli della Loggia (cit.) tende a svilupparsi proprio là dove esistono sconnessioni culturali tra aree locali ed i processi del sistema sociale globale, anarchismo che nasce dalla non comprensione dei processi e/o dal subire processi di cui non si posseggono le coordinate culturali: ecco quindi l’individualismo fazioso e ribellistico (C. Tullio Altan 1986), il non riconoscersi in alcuna aggregazione sociale o la partecipazione conflittuale... e quindi il disprezzo per il lavoro manuale da parte della piccola borghesia, la prevalenza dello stato d’animo e del pregiudizio sociale, la preferenza per una routine impiegatizia ecc. (C. Morandi 1944) e ancora "...la rivolta morale ed istintiva del singolo che insorge contro qualcosa o contro qualcuno, accanto ad altri singoli , contro un mondo che lo soffoca intellettualmente e psicologicamente..(G. M. Bravo 1977). Anche l’agire politico viene ad essere condizionato da questa concezione anarco-libertaria acquisendo un habitus principalmente orientato alla conquista del potere ed alla sua conservazione (H.D. Lasswell 1975) che si traduce spesso, a livello locale, in una conflittualità senza fine e nella concezione di un potere fine a se stesso (C. Tullio-Altan 1986). In tale universo la borghesia intellettuale locale si presenta come una classe caratterizzata fondamentalmente da un fazionismo esasperato e da una costitutiva povertà di effettiva elaborazione politica. Fazioni, dunque, personalismi, velleitarismi che rivelano spesso un retroterra politico-culturale non proprio consistente e con il conseguente e frequente svilimento della funzione dei meccanismi rappresentativi e di delega, producendo ulteriore complessità (rumore di fondo) nella struttura dei rapporti socio-politici. E allora il quadro che emerge dal fondamentale studio di Salvemini sulla borghesia meridionale ben spiegava e spiega le dinamiche politiche locali che hanno visto e vedono il moltiplicarsi delle liste civiche, le varie gestioni commissariali dei Comuni e le scissioni fazionistiche caratterizzanti gran parte dei partiti dell’area locale e non (e a cui va aggiunta come ulteriore tensione la logica costrittiva che tende a piegare ad accordi politici fatti a nei capoluoghi, come Napoli e/o Caserta, le aree periferiche come quella sessana). Si tratta di fazioni vincenti e di fazioni perdenti coalizzate, di appetiti soddisfatti e di nuove aggregazioni oppositive. Tutto ciò perpetuando un quadro di disgregazione sociale relativamente alla coscienza collettiva ed a quelle individuali.

E situazione riguardante la disgregazione sociale è pure l’emigrazione (ambito nazionale e non) a cui andrebbe opportunamente dedicato uno studio specifico relativamente ai suoi andamenti negli anni, ai risvolti economici ed alle sue incidenze culturali di ritorno. Emigrazione da considerare come reazione al sottosviluppo di cui hanno sofferto le classi subalterne ma non solo, tendenzialmente sussistente oggi anche se non paragonabile a quella degli anni ‘50- ‘60.

Un punto conclusivo sembra essere comunque il fatto che la situazione locale riflette gli aspetti propri di quella nazionale: quella identità italiana di cui parla Galli della Loggia (1998) basata sulle oligarchie corporative, sul familismo e sul trasformismo che, al momento in cui scriviamo, si presenta con una vistosa ampiezza di esiti a vari livelli. Quella tradizione politico-ideologica che non avendo nella sua storia il prodursi di un consolidato senso dello Stato sopperisce a ciò con la vischiosità oligarchica (Galli della Loggia cit.) e con un politicismo onnipervasivo. Una tradizione statuale e civica in cui il valore delle istituzioni rimane non storicamente partecipato, lasciando ogni decisione ad una politica, operante dall’alto che, per questo, si ipertrofizza lasciando spazio a quell’eterogenesi dei fini (Galli della Loggia cit.) ed a quel trasformismo qualunquistico mirato al piccolo beneficio, alla costruzione del notabilato, al patronage, alla riproduzione di oligarchie che però non si sono, nei fatti, trasformate in una forza-classe-dirigente in grado di rappresentare e gestire gli effettivi interessi generali in una nazione moderna.

10.4) La recente legge elettorale nel suo impatto sulle aree politiche locali è argomento interessante, ancora da studiare nelle sue articolazioni. Essa non sembra essere stata, in questa fase iniziale, effettivamente incisiva, tranne che in alcuni casi, pure eclatanti nei risultati, rispetto ai tradizionali parametri della cultura politica della generalità del Mezzogiorno e nel casertano.

A Sessa Aurunca, come in altre aree del casertano, la nuova legge elettorale, ha visto la ratifica delle formazioni nate dalla crisi dei partiti della prima Repubblica, ed il sorgere di nuove formazioni che si sono andate ad inserire nel necessitante quadro di accordi nella contrapposizione politica istituzionale nazionale. Ma il fatto che a nostro avviso è importante rilevare è che il consenso politico permane fondamentalmente assestato secondo un modello tradizionale, pur se sotto sigle partitiche diverse e con embrionali elementi di modernizzazione di tipo organizzativo e programmatico, mantenendo la centralità dell’ambito familistico e malgrado qualche anomalia. Il principio di responsabilità certamente tarda ad essere un elemento propulsore di una managerialità pubblica all’altezza effettiva dei tempi e la nuova classe dirigente che viene a delinearsi, nei risultati, tende a confermarsi sulla tipologia del boss di transizione, di cui al punto 5, indicando forme di adattamento e processualità non visibilmente innovative.

Il Mercato, ritenuto da Galasso (1982) uno dei possibili ambiti di spinta alla modernizzazione, non sembra aver avuto una incidenza significativa sia rispetto agli assetti produttivi- in cui emerge solo timidamente qualche sporadica iniziativa- sia per ciò che riguarda il modello culturale dominante.

L’ordinaria amministrazione rimane un vischioso limbo che, dal dopoguerrra, assorbe gran parte delle attività politico-amministrative, che pure trovano la loro giustificazione operativa a fronte di un vasto territorio comunale, ma che permane, d’altra parte, come alibi di un ceto politico che, più che governare effettivamente lo sviluppo di un territorio, tende ad essere, all’osservazione oggettiva dei fatti, un prolungamento dell’attività amministrativa comunale, nel suo ruolo di mediatore sociale interessato: modalità piuttosto tradizionale della cultura politica locale certo in ritardo rispetto ad una figura di poitico-amministratore da intendersi come mente propulsiva di progettualità razionale, di efficiente e democratico utilizzatore di risorse. I comportamenti degli amministratori si presentano, nella realtà sociale, da una parte, ovviamente correlati all’esercizio del proprio ambito professionale naturalmente allargato all’insieme dei rapporti sociali tesi all’ampliamento della propria base elettorale, da un’altra parte sono presi nei meccanismi consiliari-amministrativi di cui, di fatto, tendono ad essere una funzione ad un livello diverso; vi è poi l’ambito dello sviluppo dei rapporti politici e amministrativi ai vari livelli non locali. In tale spazio pare saturarsi il governo del territorio secondo ritmi che non sembrano discostarsi da un andamento sostanzialmente tradizionale.

10.5) Per quanto riguarda il ruolo della sinistra, nel contesto dei riferimenti che abbiamo delineato, Galasso (1982) parla della crescita del tessuto comunista come fattore di modernizzazione e di innovazioni nel comportamento politico nel Mezzogiorno. E sottolinea come l’osmosi di funzionari di partito, riguardo anche questa area, abbia costituito, come serie di interventi esterni al sistema, fattore di modernizzazione. Tale fatto però, relativamente all’area casertana, non pare abbia prodotto situazioni concretamente rilevabili come spazio di riorientamento dei consensi elettorali e/o convincenti fenomeni emancipativi. Del resto Galasso stesso (1982) scrive, successivamente, di un periodo del dopoguerra nel Mezzogiorno, in cui comunisti e socialisti, che si richiamavano ad una cultura della razionalità e dell’universalismo, restano un corpo estraneo rispetto al tradizione del Mezzogiorno. Per i decenni successivi pensiamo che tale giudizio sia valido per zone come quella del casertano e di Sessa Aurunca dato che, per quanto abbiamo esposto in precedenza, l’apporto culturale della sinistra è rilevabile solo entro ambiti circoscritti rispetto al modello culturale tradizionale.

D’altra parte però va anche considerato il fatto che è stata la struttura organizzativa del PCI nelle sue proiezioni e nella sua coesione, a far si che, anche in relazione alla crisi della prima Repubblica, sia stata proprio tale struttura a far diventare il PDS punto di riferimento importante rispetto alla frantumazione del sistema di potere tradizionale, che pure ha coinvolto l’area del PCI-PDS stesso come a Napoli.

Va altresì considerato come il passaggio dall’opposizione al potere abbia costituito per i socialisti, ad esempio, un passaggio da una ideologia di progresso verso un rapido adeguamento agli schemi affaristici del blocco di potere politico-imprenditoriale, attenuando nel concreto le spinte modernizzanti della sinistra in generale (Galasso 1982).

10.6) Riteniamo che sia ancora tutta da completare la storia del PCI-PDS nel casertano. In ogni caso quello che sembra risultare con una certa evidenza dagli scritti di G. Amendola (1957), C. Graziadei (1979) e G. Capobianco (1981- 1987) è il difficile lavoro di organizzazione svolto nel Casertano dopo la guerra, nell’area contadina- principalmente- e operaia, di articolazione dell’opposizione politica a livello amministrativo e di sostegno alle rivendicazioni rispetto a situazioni specifiche: ciò secondo gli schemi del partito nuovo. Tale direttiva fu quella che ispirò l’azione di molti dirigenti, da C. Graziadei a G. Capobianco, a Gori Lombardi nell’area sessana. Ma due riflessioni vanno opportunamente sviluppate a questo punto. La prima riflessione riguarda il faticoso lavoro politico ed i risultati ottenuti dal PCI-PDS dal dopoguerra ai giorni nostri nel casertano e a Sessa Aurunca. A tale proposito ci si chiede se il consenso politico guadagnato sia stato l’effettiva espressione di un impianto di cultura politica generalizzata specificatamente richiamabile a Lenin, Gramsci, Togliatti (P. Bufalini 1947) e al pensiero socialista italiano. La seconda riflessione richiama il fatto che il modello culturale tradizionale è sempre stato ed è operante secondo le linee di cui abbiamo parlato in precedenza come background solido trasversalmente orientante la generalità del tessuto sociale. Riflessioni, queste che costituiscono una ipotesi di lavoro mirante a definire in senso antropologico-culturale l’ordine dei rapporti, delle incidenze, dei trasformismi e degli adattamenti tra il modello culturale tradizionale e la cultura di sinistra nelle sue elaborazioni, nelle sue rappresentazioni e nella sua politica. Alcuni dati possono aiutarci per l’ambito locale:

-1920- si contano n. 26 socialisti a Sessa Aurunca;

-1945- Caserta: C. Graziadei nella sua relazione al primo Congresso provinciale del PCI nota che il Partito ha solo un sindaco in provincia su 79 Comuni

-1946- Sessa Aurunca: popol. 25.387, elettori 15.805, n. 460 voti al PCI;

-1946- Referendum: in Sessa Aurunca al PCI il 4,20 % dei voti e alla Repubblica solo il 22,46 % dei voti: una delle percentuali più basse della Campania. Caserta con il 16,88 % dei voti alla Repubblica è al penultimo posto nella graduatoria delle province italiane (dati in G. Capobianco 1981);

-1947- Caserta: crisi del PCI a Caserta con espulsioni, rimpasti e commissariamenti e con la denuncia di varie deficienze ( G. Capobianco 1981).

- Sessa Aurunca, elezioni amministrative 1946: Liberali, Monarchici e Qualunquisti 4942 voti, Repubblicani, Comunisti e socialisti 1794 voti, DC 885 voti.

E quindi l’andamento che segue.

Voti elezioni amministrative Comune di Sessa Aurunca (Caserta)

-----1952 1956 1960 1964 1980 1985

PCI--2204 1989 1440 2368 2502 2685

PSI---462 1366 747 1383 1273 1329

DC---4886 7707 8282 8041 9253 8751

PLI--1260 1576 1697 1141

MSI--2063 2915* 1832 1300 1271 *(PNM+MSI)

 

Voti elezioni politiche (camera - prop.) Comune di Sessa Aurunca (Caserta)

……………………………1948 1976 1992

DC---------5466 8621 8872

PCI PDS----1901 3643 1609

MSI AN------528 1484 1043

PSI PSU SI--417 677 1473

PRC------------------466

(G. Monarca 1994 e Il Mensile Suessano Ann. Varie.)

Questi dati convergono a definire lo spazio conquistato con difficoltà dal PCI dal dopoguerra rispetto ad un modello culturale e ad un consenso politico piuttosto irrigidito nei suoi poli di riferimento e su cui poi verrà a strutturarsi l’egemonia democristiana, negli anni successivi, coi boss politici di cui abbiamo accennato la tipologia. In questo ambito di riflessioni l’acquiescenza del PCI sessano, ad esempio, all’operazione Baia Domizia, pur se giustificata dal possibile uso democratico e razionale del ricavato, come ben spiega G. Capobianco (1981) (G. Monarca 1994) può essere parimenti letta come il portato di quella cultura della provvidenzialità di cui abbiamo parlato al punto 6, (P. A. Allum 1975) non estranea quindi neanche alla sinistra e alla cultura politica attuale.

10.7) In ogni caso una riflessione riguardo l’azione politica svolta dalla federazione del PCI-PDS di Caserta negli ultimi decenni non può non soffermarsi su una certa non precisa consapevolezza dei processi socio-culturali in atto con i relativi risvolti politici, sulla mancata puntualità di talune risposte politiche e su una elaborazione politica non sempre rispondente al peso della egemonia originata dal modello culturale dominante, ciò che si è tradotto nel seguente assetto regionale dei flussi elettorali.

Campania: % voti Camera dei Deputati Elezioni Politiche 1996 (s. prop.)

------------------------PDS-------F. It.------------- A. N.

Caserta---15,70 % 24,50 % 20,70 %

Benevento-17,00 % 14,80 % 16,00 %

Avellino--20,30 % 14,80 % 16,00 %

Napoli----22,90 % 24,70 % 18,10 %

Salerno---15,90 % 24,70 % 20,50 %

 

Senato 1996

-------------------------------------Ulivo----------- Polo

Caserta-Maddaloni-41,20 % 48,60 %

Aversa------------46,00 % 45,80 %

Capua-------------41,50 % 46,70 %

Napoli-Centro-----46,70 % 46,50 %

(Annuario Statistico Campano 1997)

Sulla situazione odierna della sinistra- nella coalizione dell’Ulivo, nel casertano- è arduo parlare in modo circostanziato, dalla prospettiva di ricerca scelta per le presenti note, ma si può certo rilevare, dall’arco delle esperienze politico-amministrative in atto, che sembrano emergere due diverse tendenze pur con una certa varietà di situazioni intermedie. Una che comporta, nell’indirizzo genericamente liberale dell’ex PCI, adesioni, adattamenti e integrazioni a modelli di governo politico di derivazione sostanzialmente tradizionale; un’altra che embrionalmente mostra la maturazione di prospettive, anch’esse di tendenza liberale, ma effettivamente innovative, come elaborazione della proposta politica in generale, attraverso aperture, condivisioni e inserimenti attivi nel ciclo modernizzante, più attinenti ad una operativa cultura del cambiamento e a razionali possibilità di governo del territorio.

Ciò richiama il fatto che la crescita del PDS, come partito di governo, nelle varie aree del Mezzogiorno, non esclusa quella sessana, non è senza problemi. La convivenza, all’interno di questo partito, di un certo spirito specifico tradizionale di militanza con il portato e la convergenza di esperienze politiche di matrice diverse non si traduce sempre in un indirizzo politico unitario esente da fazionismi, querelles interminabili e secessioni. Si tratterà quindi di vedere se questi nuovi assetti e dinamiche verranno a rappresentare solo una sofferta modalità iniziale di adeguamento ai moduli di una modernizzazione generale in atto o se vi sarà il risucchio della sinistra in un azione politica prevedibilmente omologata, nei risultati, come già accennato, all’andamento tradizionale.

 

 

Riferimenti bibliografici

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Critica Meridionale, 1974, (Dir. Silvio Bertocci) Roma

Mondo Oggi, 1980, (Dir. Antonio Tagliacozzi) Baia Domizia (Caserta)

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