pasquale stanziale

 

LA SERA DEL 18 MARZO A CASCANO

(Tradizione popolare e religiosità festiva)

 

QUADERNI DI

CIVILTÁ AURUNCA

 

 

Documenti  1988

 

 

NOTA INTRODUTTIVA

Da qualche tempo registriamo una rivisitazione dei segni, dei luoghi, delle radici e delle persone che hanno, lungo un filo che si snodi da tremila anni, caratterizzato la storia civile e sociale del Sud. Al Sui dei poveri, dei cafoni, dei contadini è rivolta l'attenzione di storici ei antropologi, economisti e letterati. Si direbbe che è il gusto estetizzanti a muovere uomini di diversa cultura a ricercare le testimonianze d una umanità ricca di sentimenti e compressa nelle ataviche paure e rassegnazioni perché essa oggi riviva nei bozzetti e negli elzeviri. Almeno il versante della cultura e della saggistica si avvicina ai grandi e tremendi problemi della società contadina con la vigile e trepida attenzione di chi vuole non restaurare ma capire il senso profondo di una sode là ricca di valori morali. Una società che, seppure frantumata nelle mille realtà locali, seppe mantenere e preservare una identità che ancori oggi resiste, attaccata alle radici di antichi valori e miti. Ad una realtà locale ma che essa stessa è un microcosmo variegato e pulsante di vi la e di interessi come quello della frazione di Cascano, nel Comuni di Sessa Aurunca, si rivolge con questa ricerca Pasquale Stanziale per scandagliare il tessuto sociale, per radiografare le strutture, per individuare segni e persone che hanno alimentato le radici di una comunità integra ed intatta nella immobilità della società contadina. Almeno fino a qualche decennio fa, la società contadina, con i suoi rituali e le sue tradizioni, con le sue paure e le sue ansie, ha costituito un patrimonio di interessi culturali che è bene non vada disperso.

Le ricerche e le analisi antropologiche da Ernesto De Martino il poi, sono oggi materia di riflessione e di studio: già Carlo Levi aveva rotto gli incantesimi e le magie della società contadina del suo tempo Dalla conoscenza del passato nasce l'esigenza ed il bisogno del recupero e della salvaguardia dei valori culturali e storico-ambientali di uni determinata realtà locale. All'obiettivo di recuperare il grande patrimonio della società contadina di Cascano è finalizzata, da qualche anno l'attività benemerita e generosa di un gruppo di amici che hanno costituito l'Associazione per lo sviluppo turistico e artigianale.

Quest'esigenza spinge Pasquale Stanziale ad una ricerca che sì ri­vela complessa ed articolata e che risponde pienamente all'ansia di co­noscere, di capire, di penetrare un mondo chiuso e regolato da codici di comportamento mai scritti ma vissuti, a volte, come momenti di op­pressione, a volte come momenti di liberazione. In linea con la più mo­derna teoria sociologica, Pasquale Stanziale individua nella festa un duplice momento: la sera del 18 marzo, con il rituale proprio delle feste pagane, la ricerca della liberazione dal quotidiano, con il suo malessere e le sue ansie, i suoi problemi; la festa religiosa è concentrata nel 19, e, come tutte le feste che si richiamano ai valori, ai segni, alle radici della terra, essa è collocata nel periodo che va da Natale a Pasqua. Il merito di Stanziale è quello di aver indagato, con il sussidio di una ricca conoscenza di valori culturali e delle analisi sociologiche di una sodalo già che non si chiude nell'astrattismo velleitario e verbale, ma che si confronta con la realtà il mondo duro e complesso di quella società contadina che a Cascano, non meno che nelle altre contrade della terra aurunca, non fu sempre un mondo immobile, chiuso ed arcaico. Quando si va annebbiando l'intuizione che fu di Carlo Cattaneo che attribuiva alla storia culturale di ogni regione una importanza fondamentale, quando si disperdono le impostazioni di Benedetto Croce che considerava la storia di un paese come l'incrociarsi, il sovrapporsi e lo snodarsi, delle mille storie locali, appare oggi più evidente il lavoro di Pasquale Stanziale teso a recuperare i valori positivi del patrimonio storico, linguistico, ambientale e religioso del piccolo centro di Cascano. Non è questa una operazione di retroguardia culturale. Essa si iscrive certamente, e con tutti i titoli di dignità culturale e di serietà di analisi storico-antropologica,    nel    filone    di    quella    cultura    umanistica e scientifica profondamente legata alla realtà del Sud. Una cultura ha sempre combattuto a viso aperto, e senza inganni e manipolazioni, gli arcaismi, gli stereotipi, la rassegnata contemplazione di arretratezze  immutabili.

Da  Carlo Levi a Rocco  Scotellaro,  da Ernesto De  Martino a Lombardi-Satriani, questa cultura non ha mai idoleggiato le arretratezze della società contadina, ma ne ha indagato a fondo le cause per debellarle, per aprirle al progresso dei tempi nuovi. In questa prospettiva si muove la ricerca di Pasquale Stanziale e la Rivista CIVILTÀ AURUNCA è lieta di apprezzarne l'impegno indagatore e di ospitarla nei Quaderni della sua collana di Studi e saggi sulla terra aurunca.

Capodanno 1988

FRANCO COMPASSO

 

ELEMENTI DESCRITTIVI

L'atmosfera della festa comincia a crearsi con la presenza, già da qualche giorno prima della ricorrrenza, di ceppi legnosi, di radici di grosse dimensioni, di legname vario e di fasci di sterpi presso alcuni crocevia ed in posti determinati per tradizione. Si tratta del materiale che servirà, la sera precedente il giorno di S. Giuseppe, per i falò. Ab­biamo anche, nel pomeriggio di tale giorno, la comparsa di alcune bancarelle di giocattoli e di dolci nella piazza Roma. Fin dalla mattina del 18 marzo la gente sciama per i vicoli alla ricerca delle coccetelle che sono pagnottelle che ogni famiglia fa produrre dai fornai locali o fa in proprio per devozione o voto. Si può dire che la coccetella è pro­prio il simbolo di Cascano e della festa di S. Giuseppe. Scesa la sera e finita la funzione religiosa si procede all'accensione dei falò, i quali vengono, durante la notte governali da persone che abitano nelle vici­nanze. Man mano che avanza la notte le strade cominciano a riempirsi per gente che arriva dalle frazioni vicine. In punti, fissi per tradizione, da parte di famiglie, ancora per tradizione, viene distribuito vino e coccelelle. Presso alcune altre famiglie, ma non per tutti, sono a dispo­sizione: salsicce, fagioli, e ceci cotti nell'olio (menestelle). In tutto, le famiglie che si occupano di ciò sono circa cinque o sei, mentre, come si è detto, molte sono le famiglie che distribuiscono le coccetelle. Si gi­ra, quindi, per i vicoli bevendo, mangiando, scaldandosi al fuoco. Non di rado il vino fa alzare gli umori e vi può essere qualche tafferuglio che rientra anch'esso nel costume della festa1. Negli ultimi tempi tale festa ha perso la sua autenticità. La sera del 18 il paese è stretto in una morsa di automobili parcheggiate nei posti più impensati. E colore che vengono a Cascano in tale occasione sembrano solo superficialmente incuriositi da ciò che succede in questa festa che tende ad essere considerata come un residuo folklorico. La festa prosegue fino £ notte inoltrata, finché non resta che la cenere dei fuochi e qualche cep ancora rovente.

1 Negli ultimi tempi si è andata perdendo l'usanza per cui famiglie di notabili si scambiavano, il 19, scodelle di menestelle inviate mediante camerieri o servitori.

CARNEVALE E S. GIUSEPPE

 

Dall'analisi degli elementi presenti in questa usanza risultano ab­bastanza evidenti alcune situazioni.

 

Lo scandirsi di una festività di origine pagana a ridosso di una festività religiosa. Ciò è antropologicamente significativo nel senso
che la festa religiosa tende strategicamente ad inglobare un residuo di religiosità pagana nel suo celebrarsi. Presa come usanza a sé stante
quella di Cascano della sera del 18 marzo non ha niente a che vedere con la celebrazione di S. Giuseppe. Essa ha, invece, molto a che vedere
con il Carnevale — festa antireligiosa per eccellenza — e la nostra  ipo­tesi è che in tempi andati, quasi sicuramente nel V secolo, quando S.
Ambrogio e S. Agostino fecero del tutto per sradicare la popolare tradizione del Carnevale (Saturnale), questa usanza sia stata, per conces-­
sione religiosa, “attaccata” sincreticamente  e cronologicamente alla ricorrenza del S. Giuseppe. Ciò perché tale festa era ed è molto sentita

dal popolo ed anche perché, come nota il Bachtin, nel Carnevale sono presenti ed unifica­te, forme festive arcaiche non aventi più esistenza

autonoma ma vive nello spirito popolare.

 

--II configurarsi di tale usanza come festa del fuoco.

 

-La presenza in tale usanza della liberalizzazione dell'accesso
al cibo.

 

-Festa e rapporti di produzione.

 

Tutte le situazioni suddette indicano senza alcun dubbio la predo­minante presenza di elementi di carnevalizzazione. Si tratta, in realtà, di un Carnevale senza la figura burlesca (a qualunque titolo) di Carne­vale. Ma andiamo con ordine.

Il Carnevale, derivato dai Saturnali romani, è la festa per eccellen­za della cultura contadina. Il Carnevale ha una serie di caratterizza­zioni che sono state ormai accuratamente analizzate da vari studiosi e di cui noi ci siamo occupati per quanto riguarda il Carnevale nella zo­na aurunca (L'illusione e la Maschera, 1977). In che cosa, dunque, la fe­sta della sera del 18 marzo a Cascano allude concretamente al Carne­vale ? Anzitutto proprio come festa nel senso in cui indica un piacere collettivo 2 ed una ricerca di liberazione dal quotidiano 3. Pensate agli anni Venti, a come poteva essere attesa tale festa dai braccianti e dai contadini della zona a cui i possidenti offrivano vino, pane, salsicce...  In qua­lunque modo tale accesso al cibo era una programmata inversione dei rapporti di forza e ciò non è senza importanza ed è tipica del fenomeno 4. Oggi il senso della festività intesa come fede verso un valo­re comunitario si è perso 5 e così si spiega la vuota partecipazione della gente che viene a Cascano la sera del 18 marzo. Altri elementi carneva­leschi sono poi, come si è accennato in precedenza, la presenza del fuoco, il cibo, il dato cronologico, i rapporti di produzione sociale: ele­menti di rilevanza antropologica che vanno esaminati.

 

 

LA SERA DEL 18 MARZO A CASCANO COME FESTA DEL FUOCO

Nella nostra zona i falò agli angoli delle strade in varie occasioni, nel periodo gennaio/marzo, sono un dato costante. Come mostra il Frazer 6 il fuoco è un elemento fisso nei rituali della cultura contadina europea e nei rituali carnevaleschi nel periodo inizio d'anno-quaresima. Il fuoco, chiaramente propiziatorio, come fine ed inizio di un ciclo (agrario). Il fuoco distrugge e purifica, esso è anche luce e sole 7. Nel caso della sera del 18 marzo a Cascano non vengono bruciati simboli in modo diretto, non vi è il capro espiatorio che viene espulso come liberazione del male. A nostro avviso è il materiale stesso che brucia — grosse radici arboree ricavate da scassi profondi — che può indicare una negazione (il vecchio, l'improduttivo) ed una affermazio­ne positiva (nuove radici, nuovo raccolto ecc.). Siamo quindi in un tipi­co rituale della cultura contadina in cui la festa è gioia per il compi­mento di un ciclo produttivo, finisce l'inverno, ed ancora gioia per propiziare l'arrivo della primavera che porterà nuovi frutti dalla terra.

 

 

2  M. horkheimer, T.W. adorno, Dialettica dell'illuminismo in F. Jesi, La festa, Tori­ no, 1977, p. 115

2 M. BACHTIN, L'opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, 1979, p. 238.

3   K, karenij, La religione antica ecc., Roma, 1950, p. 48 segg.

4  horkheimer, adorno, op. cit.

5  F. jesi, op. cit., p. 201.

6   J. G. frazer, // ramo d'oro, Torino 1973, voi. II, p. 943 e segg.

7   J.G. frazer, op. cit. (a proposito di H. Mannardt), p. 955 e segg. voi. II.

 

IL CIBO NELLA FESTA DEL 18 MARZO A CASCANO

II paese di Cuccagna è un antico mito. Si tratta di un paese dell'ab­bondanza in cui si banchetta continuamente senza penuria di cibo. Ta­le mito inizia a decadere dal XVIII secolo8 quando cominciano a modi­ficarsi i rapporti di proprietà. In realtà il paese di Cuccagna è stato un mito di riscatto simbolico, una rimozione delle frustrazioni sociali ori­ginate da un rapporto di classe basato sul privilegio dei possidenti ter­rieri e del clero che avevano l'egemonia sociale. Nel paese di Cuccagna era sempre festa e c'era un banchetto collettivo popolare permanente. Questo banchettare, questo saziare il ventre, il basso corporeo è una si­tuazione tipica dell'universo carnevalesco come mostra il Bachtin9. Un basso corporeo che viene valorizzato come rovesciamento simboli­co dell'uomo considerato, nel Carnevale, per il suo ventre, più che per la testa. Questi elementi sono presenti nella sera del 18 marzo a Casca­no. Ovviamente ora il cibo, il vino, nella società dei consumi di massa acquistano una colorazione culturale diversa da quella originaria del­le epoche di rarità. Ora, si è nella categoria dello sfizio più che della fe­stosa e desiderata abbondanza celebrativa. In ogni caso, fino ad alcuni anni fa, era osservabile il doppio binario per l'accesso al cibo: da una parte il popolo che girava e chiedeva il cibo ed il vino, dall'altra, lo scambio delle mcnesiclle tra le famiglie di notabili. Ciò è indicativo ri­spetto al tipo di rapporti sociali e ci riporta, ancora una volta, alla fe­nomenologia carnevalesca in cui, per un giorno, c'era una inversione sociale: i poveri prendevano il posto dei ricchi a tavola. C'è da notare, infine, il fatto che la produzione delle coccetelle pur significando il ci­bo carnevalesco ha anche assunto un carattere votivo religioso nel senso che anche le famiglie più abbienti fanno in proprio e fanno fare le coccetelle come voto per S. Giuseppe. Non di rado la quantità di coc­cetelle prodotte può dipendere oltre che dalle condizioni economiche delle famiglie, anche dalla entità delle grazie ricevute da S. Giuseppe.

L'ELEMENTO CRONOLOGICO NELLA FESTA DEL  18 MARZO A CASCANO

Il periodo che va tra Natale e Pasqua è quello che comprende la maggior parte delle feste di origine agraria. In particolare il Carnevale è collocato tra il 6 gennaio e le Ceneri. Per quanto riguarda, invece, la festa cascanese del 18 marzo, essa viene dopo le Ceneri ma pur sempre prima di Pasqua. Anche questa usanza non sfugge al sincretismo tipi­co delle feste di tale periodo in cui elementi pagani si mescolano ad elementi cristiani. Possiamo dire che la festa di Cascano del 18 marzo è un prolungamento del Carnevale. È una festa che riprende alcuni elementi celebrativi dell'originario Carnevale/Saturnale e li colloca in una festa religiosa. In ogni caso il periodo è quello del calendario agri­colo che riguarda la fine e l'inizio di un ciclo agrario. E ancora: morte è resurrezione, vecchio e nuovo, inverno e primavera, sterilità e fertili­tà, espiazione e purificazione, secondo le categorie di immaginario, simbolico e reale di cui aveva parlato C. Lévi-Strauss 10 nella sua anali­si antropologica dei miti, più specificamente 11:

 

 

Livello immaginario-magico                ->        Vita/morte – Futuro/passato         Desiderio/censura            Tatigkeit/arbeit 

              

                                                                       

                                                                          


 

 

 

 

Simbolico                                             ->           Bruciare il male  - propiziazione

          

 

 

 

Reale      

                    Ciclo agrario                   ->          Fine ciclo/inizio ciclo - Fecondità/ sterilità  
               

 

                   

                     Biologico                          ->          Cibo/rarità - Grasso/magro

                     

                     Sociale                              ->          Individuo/comunità    Uguaglianza/differenza    sociale        Gioco/lavoro        Libertà/repressione                          

           

 

           

          

 

 

8 P. CAMPORESI, II paese della fame, Bologna, 1978, p. 77 e segg.

 

9 M. BACHTIN, op. cit., p. 239 e segg. e A. Calenzo, // Carnevale in una parte del territorio Aurunco, Roma 83/84 pag. 96 e segg.

                    


 

 

 

 

            


LA SERA DEL  18 MARZO A CASCANO: FESTA E RAPPORTI DI PRODUZIONE

 

 

La liberalizzazione dell'accesso al cibo, come elemento dell'uni­verso carnevalesco, indica una inversione — programmata— dei rap­porti sociali. Questa inversione è anche però una valvola di sfogo so­ciale che serve a rafforzare ancora di più il controllo sociale da parte della classe egemone. Come mostrato altrove 12 è vero che i contadini a Carnevale ed a S. Giuseppe nel cortile di casa Ciocchi a Cascano pote­vano banchettare ma è anche vero che alle cinque del mattino seguen­te dovevano tornare nei campi a lavorare 14 ore per una bottiglia di


vino e un sacchetto di fagioli: la struttura aveva il sopravvento sulla sovrastruttura. Questo banchettare, poi, come mostra Godelier, ha un duplice aspetto: appartiene alla sovrastruttura ma anche alla struttu­ra in un quadro di organizzazione e di controllo sociale 13. Con il muta­mento sociale i rapporti di classe sono cambiati e quindi anche l'usan­za cascanese del 18 marzo ha assunto connotazioni diverse rispetto al­la situazione dei rapporti di produzione. I produttori di coccetelle, di menestelle e di vino non hanno più una connotazione di classe precisa e significativa né, d'altra parte, i consumatori appartengono a classi subalterne. Oggi i vari elementi della festività del 18 marzo sono nei canali della tradizione familiare, della religiosità votiva, della curiosi­tà e nella esigenza di socialità che questa festa può soddisfare. Indi-pendentemente dalle origini, dai mutamenti storici e dalle motivazioni profonde, resta di questa festa il momento comunitario, l'incontro davanti al fuoco e ad un bicchiere di vino, l'atto augurale.

 

     10 C. Lévi-Strauss, Antropologia strutturale, Milano. 1966, p. 120 e segg.

     11  Stanziale, Calenzo, Coppa, L'illusione e la maschera, 1977, p. 139.

     12 Stanziale, Calenzo, Coppa, op. cit., 1977, p. 12.

     13 M. Godelier, Rapporti di produzione, miti, società, Milano, 1976, p. 37 e      segg.

 

© by P. Stanziale 1988