7- LOOKING FORWARD (P. Stanziale Omologazioni …)

 

 

Non si può certo dire che io abbia troppo in stima l’epoca presente; ma se non dispero di essa, ciò è per la sua situazione disperata, che mi riempie di speranza.

Marx a Ruge

 

 

1

Attualmente vari autori sono d’accordo nel ritenere (tra cui F. Butera 1998) che tra gli anni ‘80 e ‘90 la Questione Meridionale ha assunto nuove connotazioni, nel senso che il Meridione è venuto ad essere oggetto non delle tradizionali e disorganiche politiche nazionali di intervento ma delle politiche comunitarie europee in quella prospettiva di solidarietà e di possibile autopropulsione locale di cui aveva anche scritto e per cui si era battuto Franco Compasso. Ciò indicando che è l’Europa a muoversi verso il Meridione nell’idea che il Meridione stesso decolli verso l’Europa. È questa la filosofia di fondo nel cui ambito oggi vanno a proporsi le problematiche connesse con lo sviluppo del Mezzogiorno.

Ma dalle pagine precedenti emerge un quadro del Mezzogiorno- e delle sue aree periferiche come Sessa Aurunca- con un insieme di indicatori e di problematiche che non sembrano, al momento in cui scriviamo, assumere una evoluzione tale da giustificare qualche forma di ottimismo rispetto alla visione di un Mezzogiorno propriamente europeo.

1.1) Un primo dato imprescindibile è la dotazione di strumenti di funzionalità tecnico-amministrativa. Un comune che non ha ancora un Piano Regolatore Generale, che nelle sue strutture di governo politico-amministrative del territorio sembra prigioniero delle sue negatività storiche rifiutando di fatto strumenti innovativi di gestione, un territorio che insomma gioca il suo futuro preso tra omologazioni e anomalie secondo la dialettica che abbiamo analiticamente proposto nelle pagine precedenti: tutto ciò sembra preludere a forme di sviluppo segmentate, disorganiche, interessate. Prospettive, queste, non corrispondenti ad una autopropulsione generale dei sottosistemi politici, economici e della società generale locale in un ambito di integrazione nel quadro europeo degli anni duemila.

1.2) Conseguenza del punto precedente è la mancanza di infrastrutture e di elementi strutturali finalizzati alle direttrici di sviluppo previsto, necessitando di un’area di previsione tesa ben oltre quello previsto dall’attuale P.R.G. e indipendentemente dalla lunghezza dei tempi di realizzazione delle realtà di sviluppo.

1.3) Un secondo dato che riteniamo opportuno riprendere- che abbiamo fatto emergere a varie riprese nel corso del presente lavoro- è un dato fondamentalmente culturale. Abbiamo parlato di modello culturale tradizionale, abbiamo parlato di modello omologante, abbiamo parlato di disgregazione delle coscienze ed infine di community development e di cultura del cambiamento. Ebbene, questa è una dimensione non secondaria del processo di modernizzazione (A. Bonomi 1998) in una prospettiva europea, vale a dire che una comunità deve mirare a crescere, recuperando una soglia minima di coesione e di rinnovati valori civici (l’utopia, l’anomalia, è forse, a questo punto- vedi 6.D.3- lavorare per un patto sociale di sviluppo con il concorso organico delle agenzie interessate?).

1.4) Un terzo punto è pensare lo sviluppo con riferimenti globali di là da ogni ambito e/o interesse immediatamente localistico. Il mercato, la comunicazione, la promozione, il riferimento culturale: tutto ciò va ad essere inteso in senso europeo e non solo. Partendo da questo modo di vedere non può non venire, di conseguenza, a configurarsi in modo diverso la tipologia dei progetti e delle iniziative. Ciò anche perché l’orizzonte europeo e la globalizzazione dell’economia (su cui vanno fatte opportune riserve) hanno fatto saltare i tradizionali punti di riferimento in una prospettiva a più ampio raggio rispetto all’economia, alle comunicazioni ed agli scambi in generale. In tale ambito ai Sud del mondo è richiesta più autonomia e più iniziativa rispetto ai Nord che tendono sempre più all’autosufficienza (V. Viti 1998) se non, estremisticamente, alla secessione.

2

Il Mezzogiorno europeo, oggi, se vuole essere effettivamente rispondente ad una prospettiva di sviluppo organico del locale, non può appoggiarsi alla tesi che vede il Mezzogiorno stesso come area omogenea su vanno ad insistere unici parametri macroeconomici. Come opportunamente fa notare A. Napoli (1998), sulla scorta degli studi del CENSIS (1982), c’è una discontinuità territoriale che va opportunamente considerata nei progetti di sviluppo. Ma mentre per Napoli e per il gruppo Ideazione questa discontinuità è vista in un’area di interventi tutto sommato di tipo liberistico, noi riteniamo che l’incentivazione e la liberazione delle aree che, o per propria capacità di iniziativa o per la presenza di un forte sommerso, posseggono una autonoma dinamica autopropulsiva, deve accompagnarsi ad interventi, per le aree fredde, come Sessa Aurunca, secondo linee di programmazione relative ad uno sviluppo assistito anche con un minimo funzionale di dirigismo e di centralismo. Ma ciò non come ritorno alle politiche economiche del passato ma secondo quanto accennato della nota 6.D, non escludendo l’apporto neokeynesiano e condividendo, tutto sommato, pure quanto sostengono I. Sales e M. D’Antonio sulle modalità e sulle caratteristiche delle linee di intervento. È questa una prospettiva sociologica di studio della Questione Meridionale, quale si è affermata in questi ultimi anni, basata principalmente sulle indagini sul campo (Mutti, Meldolesi, Trigilia ecc. 1991 1992), una prospettiva che riteniamo valida (e del resto il presente lavoro si colloca, per molti aspetti, in tale area) ma che non può non tener conto di una antropologia storica esplicativa dell’esistente pur nell’ambito di una pragmatica dell’intervento che certo ha una sua logica operativa e imprescindibile.

3

Sessa Aurunca e le zone limitrofe rientrano, per vari aspetti, nei distretti potenziali (L. Baculo 1994) presenti variamente nel Mezzogiorno europeo come realtà dotate di vari ambiti potenziali di sviluppo. Sviluppo che vede in tre strumenti di intervento una prospettiva tipica:

leggi sull’imprenditoria giovanile,

leggi sugli incentivi all’industria,

programmazione negoziata e patti d’area. E ciò fondamentalmente come valorizzazione operativa insistente sull’esistente e pertinente ad un possibile schema progettuale quale quello delineato nella nota 6.D. Restano d’obbligo, anche in questo caso, le riserve sugli attori di una siffatta direttrice di sviluppo in un locale che, dialetticamente sembra necessitare di anomalie al fine di dinamizzare le condizioni indispensabili per avviarsi su tale percorso.

4

Nell’introduzione abbiamo accennato al paradosso riguardante realtà locali come Sessa Aurunca che, vittime di forme di arretratezza, rappresentano oggi delle occasioni straordinarie rispetto ad opportunità di sviluppo che vanno a collocarsi in un’area europea (che pure si presenta con i vincoli di Maastricht). Una situazione così inquadrata si presenta come una sfida, soprattutto per il sottosistema politico, ma soprattutto al ricercatore viene in mente l’idea di laboratorio dello sviluppo.

Alcune prospettive in tal senso sono state accennate, pur nell’ambito di una ragione comunicativa (un riferimento può essere l’Illuminismo di Bassolino o la prospettiva deritiana) e nella proposta, provocatoria, se si vuole, di una lettura dialettica della realtà locale, e non solo, giocata tra le categorie di omologazione e anomalia, dialettica che certo ha le sue radici in un’area antropologico-storica, come abbiamo cercato di mostrare.

Abbiamo anche cercato di evidenziare come sono cambiati i punti di riferimento socioeconomici tradizionali e come, in effetti, cultura del cambiamento significa fondamentalmente, aprire al futuro (in questo ambito i concetti di previsione e anticipo sono strategicamente fondamentali rispetto ad un concreto sviluppo d’area).

La straordinarietà della situazione sessana, infine, consiste in una varietà di direttrici di sviluppo e di potenzialità socioeconomiche la cui armonizzazione produttiva, opportunamente realizzata, può costituire effettivamente un modello di decollo per le aree marginali del Mezzogiorno per un futuro postmoderno in cui alle specificità di un habitat locale, non eccessivamente manipolato, si possono ben integrare forme avanzate di terziarizzazione economico-culturali.

 

 

Riferimenti bibliografici

F. Butera, 1998, Il Mezzogiorno tra passato e futuro, Lezioni dell’I.F.P. P. Arrupe, Palermo

A. Napoli, 1998, Dal sud est qualcosa di nuovo, Ideazione 11/12, Roma

CENSIS, 1982, La nuova geografia del Mezzogiorno, Mimeo, Roma

I. Sales, 1997, Intervista, Il Sole 24 Ore, 27/11

M. D’Antonio1997, Intervista, Il Sole 24 Ore, 14/11

M. D’Antonio,1985, Il Mezzogiorno degli anni ‘80: dallo sviluppo imitativo allo sviluppo autocentrato, F. Angeli, Milano

L. Baculo, 1994, Impresa forte politica debole, Liquori, Napoli, cit. in A. Napoli

V. Viti, 1998, Il Meridionalismo nell’era globale, Ideazione, 11/12, Roma

A. Mutti, 1991, Sociologia dello sviluppo e Questione Meridionale, Rassegna Ital. di Sociologia, XXXII n. 2, 1991

L. Meldolesi, 1992, Spendere meglio è possibile, Il Mulino, Bologna

C. Trigilia, 1994, Sviluppo senza autonomia, Il Mulino, Bologna